L’M+, tanto atteso e oggi a rischio censura

17mila metri quadrati di spazi espositivi, 757 milioni di dollari di costi: il museo progettato da Herzog & de Meuron è un’istituzione di livello mondiale, ma oggi affronta un contesto politico molto diverso rispetto a quando fu avviato 25 anni fa

L'atrio 2 F, M+, Hong Kong. Foto Kevin Mak © Kevin Mak Courtesy of Herzog & de Meuron M+, Hong Kong. Foto: Virgile Simon Bertrand © Virgile Simon Bertrand Courtesy of Herzog & de Meuron Installation view di «Individuals, Networks, Expressions», South Galleries, M+, Honk Kong. Foto Lok Cheng Courtesy of M+ Installation view «M+ Sigg Collection: From Revolution to Globalisation», Sigg Galleries, M+, Honk Kong. Foto Lok Cheng. Courtesy of M+, Hong Kong
Ilaria Maria Sala |  | Hong Kong

Era il 1996 quando è stata lanciata per la prima volta l'idea per un grande distretto per le arti sulla punta meridionale della penisola di Kowloon, sul lungomare del Victoria Harbour. Hong Kong era sotto la sovranità britannica e la scena artistica locale aspirava solo a una maggiore rilevanza internazionale. Ora che il Distretto Culturale di West Kowloon è finalmente una realtà, coronato dall’apertura il 12 novembre del museo M+ della cultura visiva del XX e del XXI secolo, il territorio si trova in condizioni molto diverse. La sua importanza come centro artistico internazionale è fuori discussione, ma il contesto  politico è profondamente mutato, portando più di un elemento di preoccupazione tra i festeggiamenti per il nuovo M+.

Una nuova legge sulla sicurezza nazionale, voluta dalla Cina a metà 2020, impone a Hong Kong una definizione piuttosto ampia dei reati di secessione, sovversione, terrorismo e collusione con forze straniere o esterne, portando a numerose incarcerazioni per l’utilizzo di slogan che sono stati ritenuti illegali. L’11 novembre, lo stesso giorno in cui il museo ha aperto le sue porte alla stampa internazionale, un tribunale di Hong Kong ha condannato Ma Chun-Man a cinque anni e nove mesi di carcere per aver incitato alla secessione pronunciando discorsi indipendentisti in pubblico e online. È la seconda persona a venire imprigionata ai sensi della legge sulla sicurezza nazionale e la prima a essere condannata per reati «di parola». Nel frattempo, a Pechino, la sesta sessione plenaria del Partito comunista si è conclusa con un comunicato che sancisce la centralità del presidente Xi Jinping nel Partito Comunista, collocandolo al fianco dei più importanti leader comunisti del passato, Mao Zedong e Deng Xiaoping.

Sin dal passaggio di Hong Kong alla Cina nel 1997, la lenta gestazione di M+ (un nome che indica la sua aspirazione a essere più di un museo) si è svolta mentre la società civile diventava più esplicita nel chiedere maggiori libertà e si scontrava con una volontà politica opposta. La scena culturale di Hong Kong non è immune da questo stato di cose. Due settimane fa Hong Kong ha approvato una nuova legge sulla censura sul cinema che potrebbe interessare le tre sale cinematografiche e la mediateca di M+, mentre le scuole e le università del territorio sono sottoposte a profondi cambiamenti per garantire l'allineamento alle nuove esigenze e sensibilità politiche, che potrebbero aver un impatto sulla programmazione didattica del museo.

A marzo, la direttrice australiana del museo Suhanya Raffel ha dichiarato alla stampa che M+ non avrebbe «nessun problema» a mostrare l’arte dell’artista dissidente cinese Ai Weiwei e in generale arte a tema politico, scatenando un’ondata di critiche da parte di politici e giornali pro Pechino, nonché timori sulla censura o l’autocensura.

Ieri Henry Tang, presidente del consiglio di amministrazione della West Kowloon Cultural District Authority ed ex segretario capo di Hong Kong nel 2007-11, ha tenuto un discorso in cui si è rallegrato con Hong Kong per avere un museo di livello mondiale e ha dichiarato che nessun museo può infrangere le leggi, inclusa la legge sulla sicurezza nazionale. «L’espressione artistica non è al di sopra della legge», ha detto, aggiungendo che le società hanno standard che si evolvono, sia morali che legali, che possono rendere alcune opere d’arte «meno accettabili» di quanto fossero al momento della loro realizzazione.

Tutto questo pone M+ in un vicolo cieco: è un’istituzione di livello mondiale, la cui presenza a Hong Kong è determinante molto di più del semplice panorama artistico locale, che deve tuttavia sottostare a prescrizioni ancora poco chiare e che potrebbero minarne l’azione. Nominato direttore esecutivo di M+ nel 2016, Raffel, il cui contratto è stato appena rinnovato, ha sottolineato che l’inaugurazione rappresenta un «momento storico» non solo per la regione ma a livello globale, e che offrirà al pubblico arte e prospettive «che non puoi vedere in nessun’altra parte del mondo». Eppure anche lei ribadisce che tutti gli sforzi presenti e futuri del museo «dovranno rispettare la legge».

Riflettori puntati sulla cultura visiva di Hong Kong
L’unicità di M+ è evidente ad ogni passo. Con un prezzo non dichiarato, che dovrebbe superare il budget iniziale di 5,9 miliardi di HK$ (757 milioni di dollari), il museo è sorprendente e innovativo nella sua architettura, in armonia con l’ambiente circostante. L’edificio progettato dagli architetti svizzeri Herzog & de Meuron assume la forma di una T rovesciata. La torre ha una facciata in ceramica smaltata verde scuro da un lato e un gigantesco schermo multimediale a Led dall’altro per mostrare opere di immagini in movimento appositamente commissionate e contenuti correlati al Museo. Le 33 gallerie si estendono su 17mila metri quadrati di superficie espositiva, per lo più disposte lungo il primo e il secondo piano. Le grandi finestre, parzialmente oscurate da un motivo di piastrelle in ceramica simile al bambù, sfruttano appieno la luce naturale.

Le mostre inaugurali espongono circa il 20% della collezione di 8mila opere. Nella sala principale, la mostra «Hong Kong: Here and Beyond» (fino al 27 novembre 2022) punta i riflettori sulla cultura visiva di Hong Kong dagli anni ’60 fino ad oggi. Il testo introduttivo spiega: «C’è più di una storia a Hong Kong». Insieme a una sezione su design e architettura nelle East Galleries intitolata «Things, Spaces, Interactions» (fino al 21 maggio 2023), offre uno sguardo originale sul linguaggio visivo vernacolare (dalla calligrafia autodidatta di Tsang Tsou-choi, il «re of Kowloon», ai decori astratti creati dai paesaggi urbani fotografati da Michael Wolf) nonché una panoramica dettagliata di alcuni degli aspetti più importanti dell’architettura e della cultura popolare di Hong Kong. La galleria di design indaga anche altre aree dell’Asia, con oggetti iconici come i primi cuociriso elettrici di Taiwan e il primo Walkman dal Giappone, e persino un sushi bar del 1988 dell’interior designer Kuramata Shiro, acquisito da M+ nel 2014 e integralmente ricostruito nel museo.

Le gallerie non evitano temi più esplicitamente politici: tra gli artisti di Hong Kong rappresentati c’è Kacey Wong, che ora vive in esilio a Taiwan dopo l’emanazione della legge sulla sicurezza nazionale, la cui installazione della casa galleggiante «Paddling Home» (2009) indaga il tema della ricerca di casa, spazio e identità. Le opere di Tiffany Chung ricordano al pubblico i giorni bui trascorsi dai profughi vietnamiti nei campi di Hong Kong, mentre un’installazione video di May Fung, «She Said Why Me», mostra anche filmati storici di manifestanti che si scontrano con la polizia negli anni ’80. Non sono in mostra proteste più recenti. Nel clima attuale, questa celebrazione della cultura di Hong Kong e del suo posto nel più ampio contesto asiatico conferma profondamente la centralità dell’ex città stato.

I timori di censura a M+ si sono concentrati sulla sua storica collezione di arte contemporanea cinese, con oltre 1.400 opere donate nel 2012 da Uli Sigg, ambasciatore della Svizzera in Cina negli anni ’90 (il museo ha poi acquistato altri 47 pezzi). L’attuale selezione nelle Sigg Galleries, supervisionate dal curatore Pi Li, documenta in modo impeccabile lo sviluppo della scena artistica cinese senza rifuggire da temi politicamente sensibili. In mostra sono inclusi alcuni nomi noti, come Zhang Xiaogang e Fang Lijun, e Ai Weiwei è rappresentato da due opere: «Whitewashing» (1995-2000), un’installazione di urne di ceramica neolitiche cinesi che sono state parzialmente spruzzate di vernice bianca, e un video, «Chang’an Avenue» (2004), una delle principali arterie di Pechino.

L’evoluzione artistica a partire dall’apertura economica della Cina nel 1978 è illustrata da opere che dialogano con le campagne politiche degli anni di Mao e l’apertura al mercato che ne seguì. Poi ci sono i pinguini feriti trasportati da cittadini in preda all’angoscia del dipinto «New Beijing» (2001) di Wang Xingwei, un’elaborazione satirica di una fotografia scattata durante la repressione di Tiananmen del 1989 a Pechino, e l’inquietante video «Water» (1991) di Zhang Peili, in cui lo stesso giornalista che ha annunciato l’occupazione militare di piazza Tienanmen è costretto a leggere voci sull’acqua da un dizionario. La loro inclusione in mostra è una forte dichiarazione da punto di vista curatoriale, ma le didascalie ridotte al minimo stanno a significare che gli spettatori dovranno riconoscere da soli ogni riferimento politico.

Per il puro impatto visivo, ulteriori punti salienti del percorso sono una spettacolare installazione di Antony Gormley nella West Gallery, «Asian Field», che comprende 200mila figurine di argilla realizzate da 300 residenti di un villaggio ora incorporato nella città di Guangzhou, e la stanza in forma di chiesa dell’opera «Crucified TVs» del duo con base in Corea Young-Hae Chang Heavy Industries.

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