L’italiano matto colpisce ancora

Walter Guadagnini |

Basterebbero forse le ultime dieci pagine del più recente volume dedicato a Mario De Biasi (Mario De Biasi. Il mio sogno è qui, a cura di Enrica Viganò, 280 pp., Electa, Milano 2016, € 42,00) per comprendere la centralità del fotografo, nato a Sois vicino a Belluno nel 1923 e scomparso nel 2013, milanese di adozione, nella creazione dell’immaginario italiano della seconda metà del Novecento. Si tratta della riproduzione di tutte le copertine di «Epoca» realizzate tra il 1953 e il 1981 con immagini scattate da De Biasi: la prima è un ritratto di Arturo Toscanini, in bianco e nero, l’ultima presenta invece il ritratto di Anwar al-Sadat, naturalmente a colori.

In mezzo, Nino Taranto e Giulietta Masina, l’agonia di Budapest del 1956 (uno dei servizi giustamente più celebri del fotografo, che si meritò l’appellativo di «italiano matto» per la sua temerarietà nella ripresa degli eventi,
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