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L’italiano che conosce Notre-Dame più di tutti

Livio De Luca aveva digitalizzato la Cattedrale millimetro per millimetro, una dotazione miracolosa per la futura ricostruzione

La «nuvola di punti» realizzata da Art Graphique & Patrimoine prima dell'incendio. © Art Graphique & Patrimoine

Parigi. «Sin dai primi giorni dopo l’incendio di Notre-Dame, ho saputo che le parti andate distrutte, compresa la capriata, che chiamano “la foresta”, potevano essere ricostruite in modo identico. Alcuni anni fa la cattedrale è stata al centro di una campagna di digitalizzazione rigorosa, parliamo di decine di miliardi di coordinate 3D e fotografie ad altissima risoluzione. È un’ottima notizia per la ricerca scientifica e per la ricostruzione, poiché questi dati potranno essere messi a disposizione degli architetti. Ricostruire la Cattedrale in modo identico è possibile, ora è una questione di volontà del Governo».

Livio De Luca è ricercatore al Cnrs (Centre national de la recherche scientifique, il Cnr francese) e direttore del Laboratorio Modelli e simulazioni per l’architettura e il patrimonio, che lavora sulla definizione delle metodologie di digitalizzazione dei monumenti storici con il Ministero della Cultura. Fa anche parte dell’Associazione scientifica per il restauro di Notre-Dame creata dopo l’incendio del 15 aprile da più di 200 esperti che mettono il loro know how a disposizione delle autorità.

Il catastrofico incendio, oltre a sollevare un’emozione forte in tutto il mondo, ha scatenato una valanga di reazioni, analisi e supposizioni, più o meno fondate. Si è anche saputo che diversi lavori di digitalizzazione della cattedrale erano stati realizzati negli anni. Sono circolate le immagini dei videogiochi «Assassin’s Creed» di Ubisoft e un video del National Geographic sui lavori di cartografia 3D realizzati nel 2013 dallo storico americano Andrew Tallon, scomparso di recente.

Molte società specializzate nel settore hanno proposto i loro servizi per partecipare al faraonico cantiere, dalla dimensione simbolica e mediatica come pochi altri. La francese Iconem, che ha già effettuato per l’Unesco i rilievi 3D di Palmira e Aleppo, ha lanciato in collaborazione con Microsoft l’operazione «Open Notre-Dame», una piattaforma per la colletta di immagini e fotografie della Cattedrale aperto a tutti. Anche il fotografo Yann Arthus-Bertrand ha già donato i suoi scatti dal cielo.

Per il Cnrs era necessario dunque, da una parte, circoscrivere le tante linee di ricerca emerse via via e, dall’altra, fare ordine nella messe di informazioni arrivate da ogni parte. Per non lasciare niente all’improvvisazione, il mondo della ricerca francese si è dunque organizzato. In un comunicato del 20 maggio, il Cnrs ha lanciato il «Chantier Cnrs Notre-Dame» e nominato due capi missione: Martine Regert, vicedirettrice scientifica dell’Institut écologie et environnement del Cnrs, e Philippe Dillmann, direttore di ricerche all’Institut de recherche sur les archéomatériaux del Cnrs.

Quattro gli assi di ricerca su cui una cinquantina di ricercatori hanno già cominciato a lavorare: modellazione e dati digitali, legno e capriata, materiali (piombo, pietra ecc) e antropologia (per studiare come l’incendio è stato vissuto dalle persone e i suoi effetti).

Livio De Luca con il suo laboratorio è stato chiamato a coordinare i contributi legati al digitale. «La tecnologia digitale è arrivata a un tale livello di precisione che il suo potenziale nella ricostruzione delle forme è molto elevato. Tutto dipende dalla qualità dei sensori utilizzati e dal rigore della procedura di acquisizione dei dati. Oggi i 24 milioni di pixel di un’immagine fotografica possono essere trasformati in 24 milioni di coordinate 3D con un livello di risoluzione spaziale impressionante. Ma esiste anche una dimensione legata agli obiettivi del rilievo. La foto che scatto da turista è per forza di cose diversa da quella realizzata da ricercatore perché gli scopi sono diversi. Su Notre-Dame, ha spiegato De Luca, esistono dati di natura diversa. Tutto ciò che ruota intorno alla documentazione partecipativa può essere utile per uno studio storico del monumento. Il lavoro di Iconem per esempio è interessante perché permette di ricostruire nello spazio e nel tempo un’immagine della cattedrale e, se non è utile ai fini del restauro, contribuisce alla mediazione. Ma perché i dati siano utili al restauro la loro acquisizione deve essere fatta in modo rigoroso».

Questi dati rigorosi esistono e sono stati raccolti da Art Graphique & Patrimoine (Agp), una società nata 25 anni fa che ha già modellato il Pont du Gard e il Mont Saint-Michel, il cui fondatore e direttore è Gaël Hamon, artigiano lapideo di formazione.

«Su Notre-Dame Agp ha riunito un fascicolo molto ricco. Durante una campagna di rilievi, nel 2014, continua De Luca, per una serie di vincoli logistici, i tecnici avevano deciso di passare per la “foresta”, che quindi era stata interamente digitalizzata. Ho visto i dati e sono spettacolari: oltre al dato geometrico dettagliato, si risale al singolo dettaglio di ogni trave e alle caratteristiche di ogni sezione di materiale».

Agp ha realizzato 150 scansioni nella «foresta», registrando tra i 3 e i 5 miliardi di punti. «Una densità, pari a 1 e 2 punti per millimetro quadrato, che permette di ridurre al minimo il margine di errore», ha spiegato Chiara Cristarella Orestano, responsabile della comunicazione e sviluppo di Agp. L’azienda era intervenuta con la tecnica della lasergrammetria, integrata con fotogrammetria.

Chiara Cristarella Orestano spiega come funziona: «È come un percorso a tappe. Per coprire tutta la struttura che si sta rilevando, bisogna effettuare più posizioni con il laser scanner che, a ogni tappa, “registra” gli elementi visibili raccogliendo un insieme di punti. Ne risulta, al termine, una nuvola di punti, l’insieme delle misure captate dallo scanner. Una sorta di banca dati 3D a partire dalla quale si ricava una serie di documenti tecnici, come le ortoimmagini, delle “radiografie” della struttura, finalizzate al suo studio diagnostico, da cui è possibile studiare le patologie della pietra, le deformazioni, i depositi. Sulla base delle ortoimmagini, realizziamo i disegni tecnici a vari livelli di precisione».

Agp ha effetuato anche i primi rilievi 3D della Cattedrale dopo l’incendio, documenti utili all’analisi comparativa dello stato del monumento, prima e dopo, e per procedere ai lavori urgenti di puntellamento delle parti della cattedrale rese più fragili dall’incendio e dai crolli.

Mentre scriviamo la questione del restauro di Notre-Dame è ancora sospesa al voto della legge ad hoc per la gestione della ricostruzione, contestata anche dai senatori, oltre che da conservatori e architetti, perché potrebbe consentire al Governo di intervenire per decreto aggirando la regolamentazione dei monumenti storici. Ogni decisione legata al cantiere è appesa anche alla creazione, prevista dalla «Legge Notre-Dame», dell’ente pubblico per coordinare la ricostruzione, che non è stato ancora costituito.

Un altro nodo sensibile della questione è legato alla durata del restauro. Emmanuel Macron ha promesso un cantiere in cinque anni, che sembra sempre meno probabile. Il digitale permetterà di ridurre i tempi? «L’obiettivo dei cinque anni si gioca più sulle scelte tecnologiche che su ciò che la tecnologia può fornire, spiega Livio De Luca. Data la quantità e la precisione dei dati a nostra disposizione, il livello di approfondimento della conoscenza, e quindi del restauro, può essere molto importante. Grazie ai dati digitali raccolti, si può persino studiare il comportamento acustico della struttura. Se si andasse più lontano si potrebbe elaborare un doppio digitale della Cattedrale, una sorta di ecosistema capace di evolvere a mano a mano che evolvono gli studi e funzionerebbe da interfaccia tra la ricerca e gli attori che intervengono sul cantiere. Detto questo, continua, le decisioni che saranno prese a livello del progetto di restauro impatteranno sulla durata del cantiere. Si può decidere di non utilizzare lo stesso legno o di non integrare i blocchi di pietra caduti della volta tagliando drasticamente i tempi. Personalmente spero che i lavori non siano fatti in fretta. Sarà un cantiere molto visibile, anche sul piano emotivo. Sarebbe un peccato sprecare l’occasione di farne anche un cantiere di rinnovamento tecnologico e metodologico».

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 399, luglio 2019


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