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Libri

L’italianità parla al mondo

Marco Voena lancia la sua rivista sull’arte e sul modo di essere italiani

Marco Voena

Il gallerista Marco Voena ha appena lanciato «Il Libro. The magazine of Italian Art», una rivista in lingua inglese per una diffusione mondiale, che uscirà due volte l’anno. La rivista è stata appena presentata da Christie’s a Londra.

Perché ha voluto fare una rivista?
Perché ho sempre avuto una passione per i libri; nella vita avrei voluto fare il regista cinematografico, l’editore o il mercante d’arte (forse anche l’interior decorator).

Fare film sarebbe più remunerativo di fare libri e riviste.

Beh, se sei Spielberg è remunerativo... L’editoria invece è un po' più difficile. Dopo aver visto molte riviste e aver studiato su molti periodici, mi è venuta l’idea di fare una rivista sull’arte italiana.

Non è una rivista informativa.

Ho cercato di fare una rivista di approccio diverso. Non è per le fotografie da cartolina, né per il turismo, non è (senza nulla togliere) «Bell’Italia», né una pubblicazione superestetizzante com’era quella di Franco Maria Ricci. Si tratta di cercare di comprendere un artista o il senso di un’opera passando dalla porta di servizio e non da quella principale.

Eppure rimane una rivista di livello molto elevato sia dal punto di vista dei destinatari che dell’approccio ai singoli argomenti...

No, non è elevato, o meglio non c’è differenza tra elevato o basso. Il titolo «Il Libro» deriva da Baldassarre Castiglione: anche il suo Libro del Cortegiano, nel ’500, voleva «educare il gusto delle persone» guardando all’internazionalità.

L’esperienza di gallerista di gran successo in che misura ha giocato? Altri importanti operatori hanno sentito il bisogno di farsi una propria pubblicazione, per esempio Gagosian da un paio d’anni.

Sì, è una bellissima rivista, con una grande redazione. Come sempre, Gagosian è stato il primo: lui è The King in ogni cosa. Poi sono uscite la rivista di Ursula, Hauser & Wirth, quella di Maya Hoffman ad Arles, più trasversale tra arte e letteratura, ed esistono riviste parallele alla moda come «Officiel Art». Nonostante i social network, molte persone hanno ancora il piacere di sentire l’odore di carta stampata. L’idea della mia rivista è quella di lanciare un po’ di più l’arte italiana. Continuiamo a fare mostre di Leonardo, Michelangelo, Caravaggio, ma c’è ancora molto da fare e la nostra intenzione è di portare l’Italian Flag in luoghi reconditi, in piccole librerie del mondo.

L’attività di gallerista la porta a essere indirettamente un divulgatore dell’arte italiana, ma una rivista su carta ha anche una valenza promozionale, non trova?

La rivista si collega inevitabilmente al mio lavoro e può avere la funzione di «brandizzare» quel che presentiamo.

Ma sul piano editoriale?

Mi sono dovuto organizzare in piccolo: il caporedattore è Carolyn H. Miner, l’art director è Luca Stoppini, che ha lavorato in passato per «Vogue Italia». L’impaginato è stato ideato dal designer; la mia parte è dare i contenuti e il colore per rendere «Il Libro» riconoscibile su uno scaffale.

Quante pagine? E la tiratura?

Sono 180 pagine e siamo sulle 5mila copie.

A che cosa allude il sottotitolo?

Al fatto che non vogliamo interessarci solo all’arte ma anche al modo di essere italiani. Considero arte anche un fotogramma di un film di Mastroianni che beve un espresso: questa per me è l’«Italianness».

Carlo Accorsi, da Il Giornale dell'Arte numero 402, novembre 2019


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