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Fotografia

L’Italia vende. Il mondo rilancia

In Italia il mercato della fotografia è debole, mentre all’estero ci sono mostre e operazioni di successo

«Priscilla», 1969, di Joseph Szabo. © Joseph Szabo. Cortesia l’artista

C’è chi vende e chi celebra, rilanciando. Forse sta tutta qui la differenza tra il nostro Paese e il resto d’Europa, per non dire del mondo. Sarà pur vero che l’amministratore delegato cui si deve la storica decisione è francese, sarà pur vero che UniCredit è da anni un grande gruppo europeo, ma la notizia della vendita della collezione d’arte UniCredit, uscita nei mesi scorsi sui giornali accompagnata dall’assordante silenzio di tutti quelli pronti a scandalizzarsi per molto, ma molto meno, non fa altro che confermare la strutturale debolezza del sistema artistico italiano, perennemente in balia di decisioni individuali, positive o negative che siano, nella pressoché totale assenza di un disegno condiviso (per non dire di una seppur minima programmazione).

Nel frattempo tra Francoforte, Londra e Amsterdam la Deutsche Börse celebra i vent’anni della nascita della sua collezione fotografica con una serie di mostre, continua a supportare l’omonimo premio che si tiene alla Photographer’s Gallery della capitale londinese, da anni un punto di riferimento nel panorama internazionale.

Inoltre, rafforza la sua politica di sostegno alle nuove generazioni con la sponsorizzazione del programma «Talents» al Foam di Amsterdam, museo tra i più propositivi, e sicuramente più trendy, della scena fotografica europea. E considerando che uno dei fulcri della Collezione UniCredit era proprio la fotografia (in particolare quella italiana, sostenuta in vari modi nel corso degli anni, non solo con le pur importanti acquisizioni), ecco che una volta di più ci si ritrova nell’anno di grazia 2019 a rimpiangere le occasioni mancate e le iniziative interrotte, a istituire paragoni fastidiosi, ma purtroppo ineludibili.

Ci si trova a spiegare per via di esempi persino imbarazzanti (e portati ormai talmente tante volte da risultare noiosi persino per chi scrive) le ragioni per le quali la fotografia italiana fatica così tanto a imporsi come meriterebbe nel panorama internazionale e, tutto sommato, anche in quello italiano. D’altra parte il 2018 è stato l’anno della conclusione, in tutti i sensi, del lavoro del Tavolo della Fotografia istituito dal Mibact (ministro Franceschini) che ha portato, dopo più di un anno di consultazioni con tutti gli attori del mondo fotografico nelle sue mille diramazioni, alla redazione di un Piano strategico di sviluppo della Fotografia, che segnava comunque, quale che fosse il giudizio sulle proposte operative, un punto di partenza, cruciale proprio perché istituzionale, per la creazione di una possibile progettualità intorno alle problematiche e opportunità relative alla diffusione della fotografia nel Paese. Bene.

Secondo la migliore tradizione della politica italiana, al cambio di governo si butta via tutto il lavoro fatto in precedenza (da Lorenza Bravetta, nello specifico): scusate, ci eravamo sbagliati, la fotografia non è una priorità (pare non stesse nel contratto di governo, e se non c’è lì non esiste, si sa) a meno che non si tratti di un selfie con felpe e/o morose nuove.

Spiace far sempre la parte dell’élite critica, che magari ha anche il difetto di possedere conoscenze specifiche in materia, ma qualcuno sarebbe così cortese da spiegare che cosa ci fosse in quel Piano che non andava, e magari anche con che cosa lo si vorrebbe sostituire, che cosa si propone in alternativa per affrontare un tema che non sarà il più urgente per il Paese, ma che per un Ministero dei Beni culturali potrebbe avere un suo rilievo? Sarebbe una bella novità per proseguire in questo non facilissimo 2019.

Ma per fortuna l’anno trascorso non è stato solo un anno di cattive notizie per la fotografia italiana: tra le buone nuove, piace sottolineare la grande mostra che la Grey Art Gallery della New York University ha dedicato a una selezione di immagini della Collezione Bertero, accompagnata dall’accoglimento da parte del Metropolitan Museum della donazione di un nucleo di fotografie neorealiste provenienti dalla stessa collezione.

Un grande riconoscimento per tanti, dai fotografi (molto spesso rappresentati dai loro eredi, trattandosi di vicende accadute in tempi ormai lontani) a Enrica Viganò (che da anni prosegue indefessa il suo meritorio lavoro di posizionamento e consolidamento internazionale di questo periodo della fotografia italiana) a Guido Bertero, collezionista che ha costruito in relativamente poco tempo una raccolta originale, di grande qualità, con una forte identità tematica e che oggi raccoglie i frutti (in termini di riconoscimento culturale) di un lavoro fatto con passione unita a lucidità di visione.

A proposito di mostre meritano di essere ricordate anche quelle di Paolo Pellegrin al MaXXI di Roma e quella di Alex Majoli a Le Bal a Parigi, non tanto e non solo per il prestigio dei luoghi espositivi, ma per l’impressionante maturità raggiunta dal loro lavoro, due punti fermi ormai nella ridefinizione degli statuti e del ruolo della fotografia di attualità nel mondo contemporaneo. Due autori che anni fa hanno accettato la sfida della nuova complessità linguistica dello strumento nel territorio ampio e apparentemente ingovernabile tra comunicazione e ricerca, e oggi possono legittimamente, nella loro diversità, porsi come figure di riferimento nell’intero panorama internazionale.

Infine, per chiudere su note comunque dolci, sebbene postume, non si può non salutare con piacere la definitiva consacrazione di Luigi Ghirri tra i grandi maestri del XX Secolo, come dimostra la bellissima mostra itinerante tra Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid, Museum Folkwang di Essen e Jeu de Paume parigino (peraltro affidato alla direzione di Quentin Bajac, di ritorno dall’esperienza, in verità assai breve, del MoMA di New York.

E a proposito di cambi di direzione parigini, è giusto salutare l’addio alla Mep del suo fondatore, Jean-Luc Monterosso, al cui posto siede oggi l’inglese Simon Baker, giunto via Tate).

Non è chi non possa gioire di questo giusto riconoscimento, e non è chi non possa ricordare che esso è conseguenza del lavoro di conservazione, studio e valorizzazione svolto negli anni dagli eredi e dalle istituzioni che ne curano il lascito materiale e culturale, unito alla potente attività di promozione, anche mercantile, sviluppata da una grande galleria newyorkese: come dire, si può fare, nonostante tutto.

Walter Guadagnini , da Il Giornale dell'Arte numero 397, maggio 2019


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