L’Italia è un Paese fatto a macchie

A Palazzo Zabarella capolavori dei pittori protagonisti nell'epoca post risorgimentale

Lidia Panzeri |  | Padova

Gli artisti che nel 1861, l’anno dell’Unità d’Italia, parteciparono alla Prima Esposizione Nazionale di Firenze, erano consapevoli che l’attenzione sarebbe stata tutta riposta sui contenuti e non sulla tecnica. Ed è a questo che si ricollega il sottotitolo della mostra «I Macchiaioli. Capolavori dell’Italia che risorge», a cura di Giuliano Matteucci e Fernando Mazzocca, in programma a Palazzo Zabarella fino al 30 giugno.

L’800 è uno dei periodi più rivisitati, nella sua ormai più che ventennale attività, da Federico Bano, fondatore dell’omonima fondazione che organizza mostre in Palazzo Zabarella, che sottolinea anche l’eccezionalità dei prestiti: da Palazzo Pitti, dalla Gnam di Roma e da Palazzo Foresti di Carpi nonché da 30 collezionisti privati, con molti lavori inediti o non più visibili da anni. Un lavoro certosino di reperimento delle opere, un centinaio circa, riunite dopo che queste si erano sparpagliate ai quattro venti.

Una rassegna a tutto campo anche per il periodo preso in esame: l’inizio con «Al sole» di Vincenzo Cabianca del 1866, la conclusione con l’olio «Bambini colti nel sonno» di Telemaco Signorini del 1896. L’ambizione è di dimostrare come i «Macchiaioli», termine inizialmente dispregiativo, a indicare il prevalere nei loro lavori del colore a discapito della composizione formale, abbiano anticipato gli impressionisti.

Silvestro Lega, Telemaco Signorini, Giovanni Fattori i protagonisti assoluti, ma anche Giuseppe Abbati e Vincenzo Cabianca, insieme ai minori ma non meno interessanti Odoardo Borrani e Antonio Puccinelli. La tipologia dei soggetti è quanto mai varia: la buona borghesia, specie femminile, nelle sue passeggiate e nei suoi riti sociali; militari ma anche contadini, pescatori e bovari, insieme a tanto, luminoso paesaggio, da quello agreste alle vedute marine. Un’Italia ancora povera, di incerto destino, ma vitale, percorsa anche dai primi fermenti patriottici, quelli di un Silvestro Lega che partecipò come volontario alla prima guerra di indipendenza del 1848.

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