L’Italia trascura il turismo islamico

Siamo surclassati da altri Paesi europei: nessuna attenzione nell’offerta culturale e nell’alimentazione Halal («lecita» secondo il Corano)

La Zisa di Palermo, uno dei principali monumenti islamici in Italia Fedeli musulmani in preghiera nei Fori romani a Roma
Tina Lepri |

Quello islamico è un turismo ricco e in espansione in tutto il mondo: nel 2019 valeva 220 miliardi di dollari. Alla scoperta di Paesi stranieri, nel 2000 i turisti islamici erano 25 milioni moltiplicati fino alla cifra di 158 milioni nel 2020. Molti arrivano in Europa: soprattutto Francia, Germania, Irlanda, Gran Bretagna e Spagna dove trovano un’accoglienza adatta alla loro cultura, alla tradizione religiosa, all’alimentazione, quindi un ambiente «Halal», cioè lecito secondo la legge islamica.

In questi Paesi, da anni attenti al flusso turistico crescente dal mondo islamico, anche i beni culturali hanno un ruolo non secondario. Sono tanti i musei con offerte rilevanti di arte islamica, come l’Ashmolean di Oxford, le magnifiche sale dedicate all’Oriente del Louvre, il ricchissimo museo Gulbenkian di Lisbona, il Benaki di Atene, l’Alhambra di Granada, per citarne alcuni.

Si moltiplicano anche le mostre importanti, che espongono reperti antichi del mondo islamico ancora mai visti nei loro Paesi. Inoltre, i turisti musulmani amano le tante varietà dei cibi europei e trovano ristoranti che servono i piatti locali privi di ingredienti proibiti dal Corano.

In questo speciale mercato turistico, per il quale è prevista una forte crescita, l’Italia è rimasta molto indietro: poco più di 2 milioni di turisti dai Paesi islamici su un totale di 58 milioni di stranieri da tutto il mondo che ogni anno scelgono il nostro Paese. Eppure l’Italia, compresa la Sicilia tanto ricca di arte islamica, non è neppure tra le prime 10 destinazioni internazionali secondo la classifica del Global Muslim Travel Index, superata largamente in Europa da Germania e Francia.

I musei che espongono arte islamica da noi sono rari, anche tra i musei d’arte orientale, con raccolte soprattutto d’arte giapponese, indiana e cinese, come il Mao di Torino o quello intitolato a Giuseppe Tucci a Roma. Dei problemi e carenze della nostra offerta turistica, si è parlato a Torino, lo scorso ottobre al Tief, Turin Islamic Economic Forum, che ha tra l’altro presentato uno studio del Dipartimento di Management dell’Università di Torino condotto dai professori Paolo Biancone e Silvana Secinaro.

È stato esaminato il comportamento di 120 ditte italiane del comparto «Food and Beverage»: la metà non ha la certificazione «Halal», che garantisce prodotti rispettosi delle prescrizioni del Corano. Al Tief è stato proposto un elenco di accorgimenti che strutture di accoglienza, alberghi, ristoranti, trasporto pubblico possono facilmente adottare per aprirsi alle esigenze particolari del turista islamico.

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