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Opinioni

L'Italia riesce a realizzare solo opere di emergenza

Il valore della manutenzione ordinaria è pari al valore della prevenzione, ma nel nostro Paese regna l’incapacità di programmare e di destinare risorse alla cura quotidiana

Un kit di attrezzi per la manutenzione

Per crescere, l’Italia ha bisogno di comprendere il valore dell’ordinario, anzi, dell’ordinaria amministrazione. Se ne parla poco, eppure tra le tante debolezze sistemiche che il nostro Paese presenta, la nostra incapacità di mantenere un flusso ordinato e costante di «cura» inficia, a vario titolo, più di una dimensione della nostra vita individuale e collettiva. Uno spot, in Spagna, qualche anno fa recitava: «Las cosas que cuidas duran más», letteralmente «le cose che curi durano di più».

Il nostro Paese, e soprattutto il nostro sistema culturale, potrebbero imparare molto da questa ovvietà lapalissiana. La questione, però, non è così semplice: la «cura» quotidiana è il risultato di elementi strutturali e connotazioni culturali che ci contraddistinguono. Perché la «cura», vale a dire l’esercizio ordinario e costante di attenzione e manutenzione, richiede una struttura organizzativa adeguata, risorse economiche e finanziarie sufficienti, processi di lavoro definiti con risultati monitorabili e anche una certa inclinazione culturale.

Quest’ultimo elemento, per quanto immateriale e vago, è l’espressione di un atteggiamento che contraddistingue molte dimensioni del nostro agire. Basti pensare alla prevenzione in ambito sanitario, in cui i dati dimostrano che, tendenzialmente, mostriamo una bassa attenzione alla nostra stessa sopravvivenza (con un divario significativo tra Nord e Sud). Certo, prevenzione in ambito clinico e manutenzione del territorio e del patrimonio non sono statisticamente correlate, ma questo piccolo esempio fa capire quanto l’aspetto culturale giochi un ruolo importante in questo senso.

Dal punto di vista aggregato, questo dato si riflette nei nostri conti economici: l’Italia, in questo senso, è un Paese che riesce a realizzare soltanto opere di «emergenza». Non è nel nostro Dna attuare strategie di prevenzione: non lo è per i beni culturali e non lo è nemmeno per le attività di valorizzazione dell’industria.

Procediamo affannati a mettere toppe, a riparare falle, e questo rincorrere gli eventi ci obbliga ad agire in modo convulso senza riuscire a sviluppare un programma di crescita economica, sociale e culturale.

Il risultato è lampante: non c’è un programma di crescita industriale, le istanze di ordine sociale sembrano rispondere a eventi di cronaca piuttosto che a una visione «di sistema» e la cultura viaggia tra riforme e controriforme e non riusciamo a seguire una linea (che sia una) per più di una legislatura.

Eppure, dal punto di vista organizzativo-manageriale, è dimostrato che la manutenzione ordinaria presenta, nel medio e nel lungo periodo, costi minori rispetto a quella straordinaria. Questo è vero per le aree archeologiche, in cui una cattiva manutenzione può portare a perdite irreparabili di frammenti della nostra storia, ma è vero anche per gli edifici subutilizzati (pubblici e privati) che costellano il nostro territorio.

Fornire una dimensione esatta del fenomeno non è semplice: sia i bilanci del Mibact sia quelli dei musei autonomi sono, giustamente, organizzati per macroaree di spesa, rendendo così imprecisa la quantificazione.
Per fornire un ordine di grandezza, è possibile utilizzare i dati resi disponibili da OpenCoesione sui progetti legati al tema Turismo e Cultura.

Al riguardo, OpenCoesione ha monitorato 12.401 progetti, per un totale di costo pubblico (incluse le spese attratte) pari a 8,8 miliardi di euro.
La grande maggioranza di tali progetti è destinata a «Infrastrutture» (74%), seguite da «Acquisto di beni e servizi» (18%), «Incentivi alle imprese» (7%) e «Contributi a persone» (2%).

La distribuzione dei progetti monitorati mostra livelli di concentrazione in Campania (con quasi 2,6 miliardi di euro), seguita da Sicilia (1,4) Puglia, (1,2) e Toscana (672 milioni di euro).
Andando più nel dettaglio e selezionando soltanto i progetti destinati esclusivamente alle infrastrutture legati ai Beni culturali, le prime tipologie di intervento per «spesa» sono rappresentate da:
1) Restauro (44,25%)
2) Recupero (27,50%)
3) Manutenzione straordinaria (7,62%).
Particolare interessante, in questo senso, è il rapporto tra i progetti di Manutenzione straordinaria e quelli di Manutenzione ordinaria.

Per quanto queste dimensioni siano semplicemente evocative, riescono in ogni caso a fornire una visione tendenziale dello stato dell’arte nel nostro Paese.
La grande prevalenza di interventi straordinari non facilita la programmazione economica e, di conseguenza, lo sviluppo di un processo di crescita.

Questi elementi finiscono con il tradursi inevitabilmente in «perdite» anche di tipo economico, che incidono in differenti modi sulla spesa pubblica e sui servizi che il nostro Paese fornisce direttamente e indirettamente ai cittadini. È necessario prendere atto di questo lento e inesorabile processo di erosione delle nostre finanze, così come del nostro Patrimonio culturale: è necessario comprendere che è improrogabile l’avvio di una serie di misure che favoriscano l’adozione di comportamenti organizzativi manutentivi.

Come ben espresso dai dati, infatti, nella pratica di tutti i giorni, tuttavia, è spesso più facile individuare risorse e aiuti per eventi straordinari piuttosto che per la gestione ordinaria: Fondazioni, Regioni, Ministero e programmi di sviluppo comunitari sono quasi sempre incentrati sull’investimento in «conto capitale».

Senza dubbio, un investimento di questo tipo è necessario per lo sviluppo, ma è necessario che questa categoria di investimenti si fondi su risorse in grado di coprire la parte «corrente».

In altri termini, se in un piccolo comune di 10mila abitanti apriamo con fondi europei dieci musei, e poi il Comune non ha risorse per poter mantenere tali musei aperti, non abbiamo generato maggior valore, abbiamo eroso ricchezza e benessere ai cittadini.

Sarebbe importante, quindi, l’istituzione di fondi speciali volti a premiare quelle organizzazioni che garantiscono una cura costante del Patrimonio culturale o quelle organizzazioni che sono in grado di rendere economicamente sostenibili degli spazi che, altrimenti, costituirebbero semplicemente un costo per la collettività.

È una questione di buon senso: se le risorse piovono in caso di emergenza, a essere premiate non sono né la capacità organizzativa, né la collettività.
Di fatto, premiamo i disastri.
E questa non è una visione molto costruttiva.

Stefano Monti, da Il Giornale dell'Arte numero 405, febbraio 2020


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