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L’isola degli schiavi: Gorée, Senegal

Un osservatore privilegiato, Francesco Bandarin, scruta il Patrimonio Mondiale

L'isola di Gorée, situata a due chilometri di distanza da Dakar

Nella piccola isola di Gorée, situata a due chilometri di distanza da Dakar, venne creato dai portoghesi, nel 1444, il primo insediamento commerciale europeo in Africa. Nei secoli successivi, Gorée divenne un emporio di primaria importanza per i traffici commerciali tra l’Africa e le Americhe, oltre che un importante centro del traffico di schiavi dalla regione del Senegal e del Gambia verso le piantagioni dei Caraibi e degli Stati Uniti.

Oggi questo sito costituisce uno dei più importanti memoriali della tratta negriera e, per questo motivo, nel 1978 è stato iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale. L’importanza dell’isola era dovuta soprattutto alla difficoltà di trovare scali adatti lungo tutta la costa africana dal Marocco fino al Golfo di Guinea. Per questo, l’isola fu al centro degli interessi delle potenze coloniali tanto da aver cambiato padrone ben 19 volte nel corso degli ultimi 500 anni, passando dalle mani dei portoghesi a quelle degli olandesi (che diedero il nome all’isola, da una provincia dei Paesi Bassi) e degli inglesi, per finire, a partire dal 1817, sotto i francesi, fino a quando entrò a far parte del Senegal indipendente, nel 1960.

Prima del XVIII secolo, l’isola era un semplice scalo commerciale nel quale i mercanti europei restavano solo per brevi periodi, il che non giustificava la realizzazione di grandi infrastrutture. Vi erano solo dei piccoli forti che servivano per la difesa e anche per ospitare le funzioni commerciali. Ma, con lo sviluppo del commercio, a poco a poco i mercanti lasciarono i forti ai militari e si trasferirono nelle case degli abitanti africani liberi, che offrivano maggiori comodità.

Da questo incontro ebbero origine le prime generazioni di meticci che si arricchirono con il commercio, costruirono abitazioni con struttura durevole e svilupparono l’insediamento urbano. L’isola fu un raro esempio di colonia europea dove convivevano, accanto a una popolazione europea e afroeuropea, africani liberi e anche schiavi, che arrivarono a costituire oltre la metà degli abitanti.

I dati storici e archeologici evidenziano situazioni assai disparate: accanto al duro trattamento degli schiavi destinati alla tratta, esistevano situazioni in cui essi venivano accolti nelle famiglie, in un modello di società creola, simile a quelle che si venivano formando nei Caraibi, dominata da commercianti meticci che detenevano il potere economico e politico.

L’espressione più emblematica di questa società era costituita dalle cosiddette «signares», donne africane o meticce le quali disponevano di proprietà che, secondo un uso matrilineare, potevano essere lasciate in eredità ai figli. Esse rappresentavano, con il loro gusto per i bei vestiti e le toilette ricercate, lo spirito di «douceur de vivre» che predominava nell’isola. I francesi tenevano molto al possesso di Gorée, perché erano convinti che fosse il punto di forza che impediva agli inglesi di espellerli dalla costa occidentale dell’Africa.

Le navi negriere non potevano restare nella rada dell’altra colonia francese a nord, Saint Louis, perché il sito non aveva approdi sicuri. Si fermavano pertanto a Saint Louis solo lo stretto necessario per lo scarico e carico delle merci, e venivano poi ormeggiate a Gorée, dove venivano imbarcati gli schiavi. Esistono a Gorée molti edifici di grandi dimensioni, accanto all’edilizia minore.

Questi edifici avevano una funzione mista, di residenza e di deposito di mercanzie: principalmente cuoio, arachidi, avorio e gomma arabica. Al piano terra si trovavano i magazzini e le stanze dei «captifs de case», operai dipendenti da un padrone o da una padrona, e al piano superiore le abitazioni dei proprietari. La maggior parte degli edifici venne realizzata tra il XVIII e il XIX secolo, quando si sviluppò il commercio degli schiavi, sotto il dominio francese e, a intermittenza, inglese.

Pur essendo edifici relativamente modesti, la loro architettura trovava ispirazione in quella dei grandi castelli francesi dell’epoca barocca, come appare evidente, ad esempio, nella scala a ferro di cavallo della Casa degli Schiavi. Questo edificio, costruito nel 1780-94 dal commerciante Nicolas Pépin, è diventato oggi il simbolo della tratta negriera e il principale luogo di memoria dell’isola. Qui si trova la celebre «porta del non ritorno» che gli schiavi attraversavano per essere imbarcati sulle navi negriere.

Oltre a questo, esistono molti altri edifici importanti, oggi oggetto di restauri, come la Stazione di Polizia di Gorée (all’origine un dispensario medico, costruita sopra una cappella portoghese del XV secolo), la neoclassica Scuola William Ponty (1770), il Museo del Mare (1835), la Casa Victoria Albis, il palazzo del Governo del 1864. Nell’isola si trovano molte fortificazioni di epoche diverse, costruite dai portoghesi nel XV secolo, dagli olandesi XVII secolo, come il celebre Forte Castel, restaurato nell’Ottocento.

L’edificio più importante dell’isola è certamente il Forte D’Estrées, intitolato al maresciallo francese che conquistò l’isola nel 1677, scacciando gli olandesi. Si tratta di un forte edificato alla metà del XIX secolo come struttura di protezione militare dell’isola, utilizzata poi come prigione nel XX secolo e oggi trasformata in museo. Vi sono molte discussioni tra gli storici sul ruolo effettivo svolto dall’isola di Gorée nella vicenda della tratta negriera. Per molti, mancano le prove che l’isola fosse, come è stato sostenuto, il centro del sistema della tratta.

Gli storici stimano a circa 11,5 milioni il numero di schiavi trasportati nelle Americhe durante i tre secoli di durata di quella pratica «commerciale». Di questi, circa il 4-5% (circa 500mila) provenivano dal Senegal, e molti di questi passavano per i porti di Saint Louis o dagli scali alla foce del fiume Gambia. Secondo questi studiosi, l’isola di Gorée sarebbe stata quindi un centro minore del sistema della tratta.

Nonostante ciò, è innegabile che Gorée sia oggi il simbolo di una delle più grandi tragedie della storia umana e il principale luogo di memoria della violenza e delle sofferenze imposte per secoli a milioni di persone. Per questo motivo, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama la visitò nel 2013, e per questo continua a essere un luogo di pellegrinaggio di personalità e di visitatori da tutto il mondo.

L'autore è stato direttore del Centro del Patrimonio Mondiale e vicedirettore generale per la Cultura dell’Unesco dal 2010 al 2018.

Francesco Bandarin, da Il Giornale dell'Arte numero 407, aprile 2020

©RIPRODUZIONE RISERVATA


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