L'irripetibile viaggio della Madonna delle Partorienti

L'affresco restaurato di Antoniazzo Romano lascia le Grotte Vaticane per la prima volta dopo quattrocento anni, per essere esposto a Palazzo Madama

Arabella Cifani |  | Torino

Le Grotte Vaticane non sono certamente delle grotte nel senso comune del termine. Non ci sono pecore, capre, pipistrelli e neanche Mago Merlino. Il termine entrò fin dalle origini nella nomenclatura usuale della Basilica di San Pietro per indicare una struttura architettonica a volte ribassate con massicci pilastri in muratura; in epoca molto antica poteva effettivamente somigliare a un sistema di grotte o cripte. Gli eruditi rinascimentali le chiamarono anche «criptae» o «fornices sub pavimento»; già nel 1618 un celebre studioso, Francesco Maria Torrigio, scriveva un libro intitolato «Le sacre grotte Vaticane».

Le grotte non appartengono ai progetti architettonici che nel tempo si sono succeduti in San Pietro: né Bramante, né Michelangelo, né Sangallo il Giovane le considerarono. L’idea di sistemarle e studiarle arriverà dopo, per motivi prettamente devozionali. Fu durante la costruzione della nuova Basilica di San Pietro, nel 1506 che emersero con la progressiva distruzione dell’antica basilica costantiniana poiché ci si rese conto che quella era un’area sacra dove la tradizione collocava da sempre la tomba del principe degli apostoli.  

Nel 1590 mancava ancora però un progetto preciso circa la sistemazione architettonica della «confessione», ovvero del punto in cui era la tomba di Pietro. Nell’ultimo decennio del Cinquecento la zona fu sistemata con ritrovamenti archeologici straordinari, come il celeberrimo sarcofago di Giunio Basso. Sotto il pontificato di Paolo V (1605-23) le grotte trovarono la sistemazione finale con la traslazione in questi spazi dei sepolcri di papi, vescovi e santi presenti nell’antica basilica papale. Qui furono collocate anche molte importanti vestigia della chiesa primitiva.

Nel 1606, «per la consolazione dei fedeli», si aprirono due scalee per l’accesso all’area e in quell’occasione riemerse anche il corpo, ben conservato, di san Leone Magno. I lavori costituirono anche l’opportunità per sistemare l’altare della Madonna delle Partorienti. Torrigio scriveva in proposito: «si vede un altare fatto nel 1611 adì 5 d’Ottobre con porvi un’imagine detta S. Maria Praegnantium, perché le donne gravide solevano portar particolare divotione, quando stava nella Basilica vecchia, e fu chiamata anco la Madonna degli Angeli».

Nei secoli seguenti molti furono i rifacimenti e gli abbellimenti di questa preziosa area basilicale, la cui visita fu regolata da norme severe. Alle donne fu infatti sempre vietata salvo il lunedì dopo la Pentecoste: giorno, viceversa, proibito agli uomini. Scomunica per i trasgressori. L’arcaico divieto alle donne scomparve lentamente; nel 1866 fu concesso alle donne, anche se con difficoltà, di fare richiesta di visita direttamente al Papa. Nel 1909 le grotte divennero visitabili a tutti mediante biglietto d’ingresso. Durante la seconda guerra mondiale nelle grotte vaticane si svolse una delle più importanti campagne di scavo e ricerca archeologica di tutti i tempi. La ricerca fece riemergere la primitiva tomba di Pietro con le scritte di antichissimi devoti che attestavano «Petros eni»: Pietro è qui.

Per la prima volta ora la Madonna delle Partorienti lascia le Grotte Vaticane e viene esposta a Torino, nel Museo Civico di Palazzo Madama. Si tratta di un’iniziativa della Fondazione Torino Musei, con il patrocinio della Fabbrica di San Pietro in Vaticano e dell’Arcidiocesi di Torino. La mostra durerà dal 14 maggio al 20 luglio 2021. L’affresco è stato sottoposto a un lungo e complesso restauro, promosso dalla Fabbrica di San Pietro con il sostegno di Fideuram - Intesa Sanpaolo Private Banking. La mostra è invece finanziata da Reale Mutua. Sarà un’occasione unica e irripetibile per ammirare il prezioso dipinto, prima del suo rientro nelle Sacre Grotte della Basilica Vaticana.

L’affresco, di grande bellezza, fu realizzato da un illustre pittore romano protagonista del rinascimento nell’Urbe: Antonio di Benedetto degli Aquili detto Antoniazzo Romano (1435-1508) alla vigilia del Giubileo del 1500. In origine si trovava nel transetto meridionale della vecchia basilica, sopra l’altare della Cappella Orsini. Durante i lavori per la costruzione del nuovo San Pietro, fu staccato dalla parete e nel 1574 fu collocato in una nicchia dietro un altare a ridosso del muro che divideva l’antica chiesa dal cantiere del nuovo San Pietro. Qui continuò a raccogliere la devozione dei fedeli e, soprattutto, delle donne in attesa del parto.

Rimosso e portato nelle Grotte Vaticane, l’affresco venne ridotto di dimensione, perdendo l’originaria mandorla con variopinte figure di cherubini, che possiamo immaginare tramite una inedita proposta ricostruttiva presente in mostra. La mostra è accompagnata da un pregevole catalogo, a cura di Simona Turriziani e Pietro Zander. Antoniazzo Romano è anche l’autore dell’immagine della più venerata Madonna torinese, «La Consolata», fedele riproduzione dell’icona della Madonna del Popolo conservata nella basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.

Dopo la mostra, la bella Madonna con il suo Bambino tornerà nel luogo dove è custodita da oltre quattrocento anni, nella penombra suggestiva e mistica dei sotterranei vaticani. Una bella notizia dunque quella della  mostra, che riapre anche alla speranza che l’Italia possa lasciarsi alle spalle un periodo di pandemia oscuro ed infelice per poter tornare finalmente a gioire della bellezza e dell’imprescindibile ruolo terapeutico dell’arte, somma consolatrice dell’anima.

© Riproduzione riservata
Calendario Mostre
Altri articoli di Arabella Cifani
Altri articoli in MOSTRE