L’invasione russa nel mondo dell’arte

L’attacco di Putin ha avuto conseguenze diverse a seconda che si parli di creazione artistica, della sua tutela, del mondo museale e del mercato

Il Garage Museum of Contemporary Art di Mosca
Bruno Muheim |

L’invasione dell’Ucraina ha avuto ripercussioni anche sul mondo dell’arte. Si tratta di conseguenze diverse a seconda che si parli di creazione artistica, della sua tutela, del mondo museale e del mercato dell’arte. Immediatamente dopo l’attacco russo Kirill Savchenkov e Alexandra Sukhareva, che avrebbero dovuto rappresentare la Russia alla prossima Biennale di Venezia, hanno annunciato il loro ritiro. Più di 17mila artisti e persone attive nel campo della cultura hanno firmato un appello contro la guerra. Inoltre si sono sentite alcune esortazioni rivolte a tutti i russi affinché prendessero una chiara posizione contro l’invasione.

Questo tipo d’iniziativa non prende in considerazione né il fortissimo legame che un cittadino russo ha con la propria patria, né il fatto che vivono loro stessi in Russia o vi hanno lasciato la propria famiglia. Le critiche occidentali nei loro confronti, espresse nei salotti riscaldati dal gas russo, lasciano perplessi. Il futuro di un artista russo non è invidiabile, essendo rappresentato da uno Stato che spesso odia e senza possibilità di esporre le sue opere. Tutte le gallerie russe sono chiuse e nessuna galleria occidentale o asiatica presenterà d’ora in poi un artista russo. Sono stati pubblicati due testi molto belli di Anton Svyatskiy e András Szántó sull’inutilità e sulla pericolosità di boicottare artisti russi, perché essi non hanno la possibilità di esprimersi oltre certi limiti e questo non ci porta certo alla pace.

Anche la situazione dei musei è molto complessa. Ci sono collaborazioni continue con l’Ermitage e la sua filiale ad Amsterdam, che ha immediatamente chiuso tutti i rapporti con la sede di San Pietroburgo. Alcuni musei italiani hanno attualmente in prestito opere di musei russi e la Fondation Louis Vuitton ha ospitato fino al 3 aprile i capolavori della collezione Morozov. Il contratto di prestito era già stato blindato contro qualsiasi intervento da parte degli eredi Morozov per chiedere la restituzione della loro collezione confiscata durante la Rivoluzione del 1917.

Vedremo che cosa succederà, ma in Francia sono già in atto grandi pressioni per impedire il ritorno delle opere in Russia. Nel bene e nel male l’opinione pubblica è molto potente, ma sono ancora più temibili le sanzioni dell’Ofac (Office of Foreign Assets Control), come vedremo più avanti. L’attività dei musei dedicati all’arte russa o di proprietà di cittadini russi o che operano in Russia soprattutto nell’arte contemporanea è a dir poco disturbata. Le sanzioni americane ed europee contro gli oligarchi russi avranno poche influenze, per esempio, sulla fondazione di Viktor Vekselberg. La sua collezione di uova imperiali Fabergé si trova a Mosca e nel peggiore dei casi non potrà più viaggiare.

Totalmente diversa la situazione di Garage, il famoso spazio per l’arte contemporanea di Dasha Zhukova, figlia di un importante oligarca ed ex moglie di Roman Abramovich, numero uno sulle liste delle sanzioni. Ovviamente lei con tutto il suo staff non solo ha preso immediatamente posizione contro la guerra, ma ha chiuso sine die la sua struttura. Detto questo sarebbe facile dimostrare che i fondi provengono da Abramovich e Garage potrebbe finire come il Chelsea Football Club (non il Chelsea Art Club, deliziosa tebaide londinese per artisti). Avendo appena sposato l’armatore greco Stavros III Niarchos, la Zhukova può avere usufruito di un passaporto europeo. In questi casi è meglio assicurarsi l’aiuto dei migliori avvocati internazionali.

Il mercato dell’arte reagisce in modo diverso per due ragioni principali. La prima è che la Russia è il parente povero del mercato dell’arte. Stranamente trent’anni fa sembrava una terra promessa: l’asta organizzata da Simon de Pury a Mosca per Sotheby’s era stata l’evento assoluto dell’anno 1988. Tutti i grandi collezionisti, vip e galleristi avevano intrapreso il viaggio. Si videro scene surreali di ricchissimi americani arrivati in aerei privati portandosi lenzuola e cameriere per affrontare serenamente gli alberghi sovietici (si era sotto il regno di Eltsin, Gorbaciov non era più al potere). Successivamente il fervore creativo dell’epoca si era completamente fossilizzato e il mercato dell’arte russo rappresenta attualmente solo il 2% del mercato mondiale.

Inoltre non bisogna dimenticare che in Russia non esiste alcun aiuto o incentivo da parte dello Stato per la creazione artistica. Le vendite online sono totalmente marginali, mentre le spese d’importazione sono enormi, con una delle dogane più diffidenti al mondo. Per tutte queste ragioni a livello globale il mercato dell’arte soffrirà poco della chiusura del mercato russo. Ci sono due fenomeni diversi da analizzare: il primo riguarda la struttura delle case d’asta, il secondo il contenuto delle aste.

È da parecchio tempo che le grandi case d’asta, cosiddette inglesi, inglesi non lo sono più. Christie’s è proprietà unica della famiglia francese Pinault, Sotheby’s di Patrick Drahi, che è israelo-francese, e Phillip’s, ex proprietà di Bernard Arnault, è detenuta adesso dal gruppo russo Mercury. Inoltre Mercury è l’importatore e il distributore di tutti i beni di lusso in Russia, da Ferrari ad Armani, Patek Philippe o Tiffany. E, com’è ovvio, tutti gli oligarchi sono suoi clienti... La direzione di Phillip’s ha immediatamente condannato l’intervento russo e ha donato alla Croce Rossa ucraina il guadagno della sua asta d’arte contemporanea, ossia 5,8 milioni di sterline. Malgrado questo, si sono levate richieste di boicottaggio, appoggiate con una certa perfidia dall’ex chairman della quarta casa d’asta inglese, Bonham’s; business as usual... Il popolo ucraino ha sicuramente bisogno di ben altro aiuto che non di vendette tra concorrenti. La situazione di Phillip’s è dunque ogni giorno più sconfortante.

E a questo punto che interviene la temutissima Ofac del Dipartimento del Tesoro americano. Sono loro che controllano a livello mondiale tutte le trattative per assicurarsi che le persone e gli organismi inclusi nell’elenco delle sanzioni non possano avere alcuna attività commerciale o finanziaria. Le multe sono pesantissime e quindi è evidente che le case d’asta e le gallerie rinunceranno a qualsiasi trattativa nel caso ci fosse anche il minimo sospetto. Se l’intervento dell’Ofac è sinonimo di misure concrete e rigorose, un’altra notizia mi mette personalmente a disagio: sia Christie’s sia Sotheby’s hanno annullato le loro aste d’arte russa previste a giugno. L’arte russa non ha niente a che fare con Putin e molto spesso è stata un mezzo per i russi per lottare contro la tirannia dei governanti di allora. È una forma, a mio avviso, inquietante di «politically correct».

Globalmente, dunque, il mondo dell’arte saprà affrontare questa orribile tragedia con garbo, mentre altre forme d’arte hanno provocato comportamenti molto violenti, simili quasi a una caccia alle streghe. Numerosi direttori di teatri d’opera hanno chiesto a tutti i loro dipendenti di origine russa di denunciare pubblicamente la guerra, nello stile di un tribunale rivoluzionario. Questi comportamenti mortificano ancor più persone che già vivono personalmente un dramma e soprattutto non aiutano ad alleggerire il martirio del popolo ucraino, che dovrebbe essere il nostro unico pensiero.

Guerra Russia-Ucraina 2022

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