L'ingenium di Rubens

Un convegno internazionale ha studiato a fondo i rapporti tra la cultura in Italia e il pittore fiammingo, primo artista a ritenersi profondamente europeo

Erasmus Quellinus II il giovane, allievo di Rubens, «Labore et Constantia», 1640 (particolare)
Anna Lo Bianco |

Succede sempre. Eppure ci meraviglia ugualmente. Anche su grandi artisti studiatissimi, dalla bibliografia sterminata, le ricerche portano risultati nuovi e spesso determinanti. E’ quanto emerge dagli interventi al Convegno internazionale di studi su Rubens e l’Italia 1600 - 1608, ora pubblicati dall’editore Viella in un volume imperdibile a cura di Raffaella Morselli e Cecilia Paolini. Oltre quindici studiosi di tutta Europa a comporre un quadro sempre più delineato della vita di Rubens, del suo ruolo nella società e non solo delle arti, della sua sfolgorante carriera.

Per comprendere questa gamma vasta e articolata di qualità posseduta dall’artista Raffaella Morselli utilizza un termine che la definisce perfettamente: ingenium. Una capacità unica, che nel soggiorno italiano si consolida e si manifesta già pienamente, di coniugare insieme filosofia e politica, pittura e architettura, antichità classica e teologia, mai disgiunta, a mio parere, da una gioia di vivere contagiosa per chiunque gli si avvicini.

Umanista sì, ma anche uomo d’affari e protagonista assoluto del Seicento. Rubens è il primo artista a sentirsi profondamente europeo dichiarando che la sua patria è il mondo intero. Novità giungono, come ci si aspetta, dallo studio dei documenti, condotto sia da Belinda Granata, sia da Cecilia Paolini. La prima ha indagato il rapporto tra Rubens e il Cardinal Peretti Montalto, a sua volta legato ai Borghese, committenti molto probabilmente del Compianto di Cristo morto, esposto nella Galleria Borghese. La Paolini, co-curatore del volume, ha compiuto uno spoglio nell’Archivio di Stato di Mantova della corrispondenza tra il Ducato di Mantova e i Paesi Bassi, da cui si profilano meglio le ragioni della famosa missione diplomatica di Rubens in Spagna per conto del Duca.

Emergono novità anche nei rapporti tra Rubens e alcuni pittori contemporanei. E’ Nils Buttner che lo definisce, con evidente paradosso, il primo dei caravaggeschi per aver portato al nord aspetti importanti dello stile di Caravaggio ma anche per averne assorbito lui stesso nella concezione personalissima di «genere». Argomento questo affrontato sempre troppo poco. Aggiungerei che il confronto tra il «Giovane con canestro di frutta» di Caravaggio e il «Satiro e fanciulla con cesto di frutta» di Rubens appare un’incredibile conferma.

Michele Nicolaci si sofferma sul legame con Giovanni Baglione, instauratosi a Roma negli stessi anni e poi confermatosi a Mantova dove restava viva comunque l’eredità lasciata da Rubens. Eveliina Juntunen e Marina Daiman affrontano il tema delle fonti del maestro e della sua opinione sulle repliche delle proprie invenzioni, ovvero sul ruolo della creatività.

Alberto Bianco, grande studioso degli Oratoriani, ricorda le vicende relative alla committenza per la Chiesa Nuova, tutta incentrata sull’iconografia mariana e il suo ruolo all’interno della grande pala celebrativa assegnata al pittore, risolta solo nella seconda versione dopo una prima prova rifiutata. Una seconda versione su lavagna che a parere di Marcia Pointon stimola l’interesse di Rubens per le pietre dure di cui diventerà grande collezionista.

Madeline Delbé ci conduce invece nella Firenze medicea, tra feste e teatri dove il soggiorno dell’artista, seppur breve, lascia un segno importante nella sua formazione italiana. Così anche l’architettura delle città visitate riveste un ruolo determinante per quel bagaglio di conoscenze che egli porterà con sé al ritorno in patria fino a farne anche sfondo dei suoi dipinti come scrive Barbara Uppernkamp.

Gli scritti di Catherine Lusheck, di Giacomo Montanari, Teresa Esposito e di Dalma Frascarelli trattano un tema essenziale per la conoscenza di Rubens, ovvero la sua vicinanza al pensiero stoico di Justus Lipsius, abbracciato con adesione etica e profonda e diffusa attraverso la sua opera e i suoi contatti sociali. Teorie cui si aggiungono la propensione per la filosofia naturale e il pensiero scientifico come testimonia anche la ricchissima biblioteca dell’artista.

Francesco Lofano ricorda le grandi opere di Rubens nelle raccolte napoletane e la loro importanza nella formazione del gusto partenopeo. Un successo quello di Rubens immediato e fortissimo e Paolo Coen, indagatore attento del mercato dell’arte, analizza le ragioni di tutto ciò, ricordando la elogiativa e lunga biografia del pittore scritta da Giovan Pietro Bellori.


Rubens e la cultura italiana. 1600-1608
a cura di Raffaella Morselli e Cecilia Paolini, pp. 356,ill. col. e b/n, Viella editrice, Roma 2020, € 38

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