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L’inesprimibile a due dimensioni di Vija Celmins

In 120 opere al Met tutta la carriera dell'artista

Vija Celmins, «Untitled (Big Sea #1)», 1969. Collezione privata. © Vija Celmins. Cortesia dell'artista e di Matthew Marks Gallery. Photo © McKee Gallery, New York

New York. L’oceano, la distesa di sabbia del deserto, l’infinito cielo notturno sono tra i soggetti più comuni dell’artista lettone/americana Vija Celmins che, nei suoi dipinti, distilla l’essenza degli elementi fondamentali del pianeta: l’acqua, la terra, le rocce, il cielo stellato. «Quello che mi interessa, ha detto, è trasformare un’immagine in un quadro e renderla viva… Non intendo raccontare storie, ma tentare di esprimere l’inesprimibile».

Ora, dal 24 settembre al 12 gennaio, il Metropolitan Museum of Art di New York presenta la retrospettiva dedicata all’artista dal titolo «Vija Celmins: To Fix the Image in Memory»: circa 120 opere, comprese tra il periodo trascorso a Venice, in California, all’inizio della sua carriera, e le opere più recenti.

Nata a Riga nel 1938, è fuggita con la famiglia dalla Lettonia occupata dall’Unione Sovietica per arrivare nella Germania nazista da cui è poi scappata subito dopo la seconda guerra mondiale per emigrare negli Stati Uniti e stabilirsi a Indianapolis. Ha studiato alla John Herron School of Art and Design e ha vinto nel 1961 una borsa di studio per la Yale’s Norfolk Summer School of Art.

Ha cominciato negli anni ’60 a realizzare opere, sia pitture che sculture, fotorealistiche, che avevano per tema oggetti d’uso comune e di gusto pop, come tv, lampade, gomme da cancellare. Poi ha affrontato il tema importante della guerra, della violenza e delle armi. Tra il 1964 e il ’66 ha riprodotto immagini degli aeroplani della seconda guerra mondiali così come scene della guerra nel Vietnam.

E in seguito, negli anni ’70, dopo lo sbarco del primo uomo sulla Luna, ha concentrato la sua attenzione sulle immagini delle costellazioni realizzate con la grafite, basandosi su fotografie in bianco e nero e dando loro una nuova vita. Tra gli artisti che la Celmins considera i più importanti riferimenti per la sua opera, vi sono Gerhard Richter e Chuck Close, suoi amici e colleghi a Yale, l’inglese Malcolm Morley, pioniere del fotorealismo, Jasper Johns e il nostro Giorgio Morandi.

Alla Celmins interessa concentrare l’attenzione sugli stessi temi e lavorare ripetutamente su quelli. «Dipingere sempre la stessa immagine fa sì che la si renda un oggetto. E il dipinto non è una finestra sul mondo. È una realtà in se stessa», ama dire. La materialità dell’opera e il lavoro manuale dell’artista sono inoltre centrali nella sua ricerca artistica: «Voglio che emerga la bidimensionalità del dipinto e quel che l’artista crea con le proprie mani».

Viviana Bucarelli, da Il Giornale dell'Arte numero 400, settembre 2019


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