L’indipendenza dell’Indonesia al Rijksmuseum

Un racconto polifonico articolato intorno a una ventina di storie vere del periodo successivo alla seconda guerra mondiale

«Kawan-kawan revolusi», di Sudjojono, 1947. Collezione del Palazzo Presidenziale della Repubblica di Indonesia
Elena Franzoia |  | Amsterdam

Nell’ambito del progetto di decolonizzazione che i Paesi Bassi stanno conducendo nei loro musei, il Rijksmuseum presenta dall’11 febbraio al 5 giugno «Revolusi! Indonesia Independent». Curata da una squadra diretta dagli olandesi Harm Stevens e Marion Anker e dagli indonesiani Amir Sidharta e Bonnie Triyana, si struttura come racconto polifonico, articolato intorno a una ventina di storie vere del periodo successivo alla seconda guerra mondiale.

I territori delle Indie Orientali, governati dagli olandesi dalla fine del ’500, proclamarono l’indipendenza con un atto pionieristico che servì da modello a molti altri Paesi. La mostra inizia con la dichiarazione d’indipendenza del leader politico Sukarno (17 agosto 1945) e termina con il suo trionfale ritorno in patria (28 dicembre 1949).

Prestiti provenienti anche da Australia, Belgio e Regno Unito hanno consentito di raccogliere 200 documenti, in parte confiscati dai servizi segreti olandesi e ora esposti per la prima volta. «La rivoluzione fu un periodo di sperimentazione e creatività, affermano i curatori. Gli artisti, insieme ai politici, formarono una moderna avanguardia rivoluzionaria che divenne strumento di propaganda in patria e all’estero».

In mostra opere di Trubus Soedarsono, Sudjojono, Otto Djaya, Basoeki Abdullah e Hugo Wilmar. Un’installazione di Timoteus Anggawan Kusno utilizza oggetti della collezione del museo del periodo coloniale, evocando sia la resistenza pluridecennale che ha preceduto la rivoluzione sia le conseguenze del colonialismo nella società indonesiana di oggi.

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