L’India è un esempio di fascismo incontrollato

Sofia Karim, l’attivista nominata per il Jameel Prize, parla dei suoi sacchetti per samosa solidali e fa luce sulle violazioni dei diritti umani nel Sud dell’Asia

«Samosa packet on protests against the CAA laws», parte del progetto «Turbine Bagh» di Sofia Karim. Foto: Sofia Karim
Kabir Jhala |

Una serie di sacchetti di carta per samosa è tra i candidati al Jameel Prize di quest’anno, un premio annuale organizzato dal Victoria and Albert Museum di Londra (V&A) e Art Jameel, entre che sostiene l’arte contemporanea e il design ispirati alla tradizione islamica. Decorati con immagini di proteste da tutto il subcontinente indiano, poesie e messaggi di resistenza, i pacchetti formano «Turbine Bagh», un progetto artistico ideato dall’architetto, artista e attivista per i diritti umani Sofia Karim, londinese, che lotta contro il fascismo in India e in Bangladesh.

«Turbine Bagh» prende il nome da due siti di profondo significato politico per Karim. «Bagh», che in urdu significa «giardino», si riferisce al quartiere Shaheen Bagh a Delhi, dove nel 2019 e all’inizio del 2020 si tenne una grande protesta di massa contro le nuove leggi sulla cittadinanza, largamente percepite come discriminatorie verso i musulmani e verso altre minoranze della popolazione indiana. In origine il progetto di Sofia Karim era stato pensato come un sit-in di solidarietà da tenersi nell’aprile 2020 nella Turbine Hall della Tate Modern in cui era allestita la monumentale scultura anticolonialista «Fons Americanus» (2019) di Kara Walker, ma la manifestazione è stata annullata a causa del Covid-19.

Il progetto, spostatosi online, ha subito un’evoluzione dopo la scomparsa del fotoreporter Kajol dalla propria casa, che ha spinto Karim a lanciare una campagna sul profilo Instagram di «Turbine Bagh» per fare pressioni sul Governo bengalese affinché cercasse Kajol. Gli sforzi hanno dato i propri frutti e Kajol è stato trovato vivo dopo 53 giorni. Da allora «Turbine Bagh» è diventata una piattaforma digitale che si batte per la libertà dei prigionieri politici nell’Asia meridionale e sensibilizza sulle ingiustizie umanitarie che avvengono nel mondo. Pur continuando a concentrarsi principalmente sui problemi del subcontinente indiano, come la lotta per i diritti dei dalit e la censura artistica in Bangladesh, la sua missione si è espansa per includere movimenti come Black Lives Matter.

L’unione di arte e attivismo è una tradizione di lunga data nella famiglia di Karim: lo zio materno è il celebre fotografo bengalese Shahidul Alam, che nel 2018 è stato rapito e imprigionato dal Governo bengalese per 102 giorni dopo aver pubblicamente criticato il modo in cui era stata gestita una protesta studentesca. Un anno e mezzo dopo il progetto continua a guadagnare attenzione e il suo impegno è stato condiviso da personaggi pubblici come Anish Kapoor e Sharon Stone.

Il campo di «Turbine Bagh» si è evoluto notevolmente da quando ha avviato il progetto nel marzo 2020. Che effetti ha avuto il lockdown su questo lavoro?
Quando gli eventi di massa sono stati vietati abbiamo dovuto ripensare il modo in cui organizzare una protesta internazionale. Abbiamo deciso di usare una catena umana digitale, con singoli individui che pubblicavano foto di sé con in mano cartelli che dicevano «Dov’è Kajol?». Nonostante le proteste in Indiafossero cessate, gli arresti sono proseguiti sia in India sia in Bangladesh. Per questo motivo «Turbine Bagh» si è rapidamente rivolta a fare campagne digitali per i prigionieri politici. Diciotto mesi dopo i sacchetti di carta per samosa esistono ancora, ma il progetto è in effetti diventato una piattaforma per l’arte politica, proveniente soprattutto da India e Bangladesh, ma con contributi da tutto il mondo. Al centro del progetto, comunque, «Turbine Bagh» è sempre stato il ritratto di una lotta collettiva. È anche un modo di mantenere un legame con la bellezza attraverso le arti di tutte le culture del Sud-est asiatico contro un regime che cerca di distruggere tutto ciò che c’è di bello.

Perché hai scelto i sacchetti per samosa?
Nel febbraio 2018 ho acquistato un pacchetto per samosa («shingara» in bengali) fuori dallo studio fotografico di mio zio Shahidul Alam a Dhaka. Il sacchetto mi ha incuriosito: era fatto di fogli di recupero stampati con liste di cause giudiziarie, lo Stato contro i cittadini. Sia in Bangladesh che in India ci sono migliaia di casi del genere, ovviamente. Mi sono appassionata nella ricerca di questi sacchetti realizzati riciclando fogli di carta di diversa provenienza. Alcuni erano dispense per i compiti dei bambini con poesie nazionaliste, altri erano storie di cronaca (spesso propagandandistiche) e via dicendo. Qualche mese dopo, quando mio zio fu imprigionato dal Governo del Bangladesh, mi sono chiesta se questo caso sarebbe apparso su un sacchetto per samosa. Ho iniziato a creare sacchetti da distribuire a venditori ambulanti per combattere la propaganda e raccontare le storie della nostra campagna «FreeShahidul». È così che è nata l’idea per il movimento dei sacchetti per samosa. Anche la praticità è entrata in gioco: questo era un modo bello ed economico di mostrare un’arte collettiva di protesta nella Turbine Hall. Vengo da una cultura che è profondamente antispreco e non ho mai capito perché il mondo dell’arte renda la parola «sostenibilità» così complicata. Non sto facendo nulla di geniale o creativo: sto solo facendo quello che mia mamma mi ha insegnato. Inoltre mi è sembrato sensato in relazione a «Turbine Bagh» perché il cibo è un elemento importante nelle proteste indiane (ho letto che un modo tipico di salutarsi alle manifestazioni è «hai già mangiato?»). Mi interessa utilizzare in modo sempre diverso un oggetto presente ovunque nel Sud dell’Asia .

Come realizzi i sacchetti?
Pubblico su Instagram annunci per farmi inviare dagli artisti i loro lavori via mail, poi associo alle loro opere parole, notizie o discorsi tratti da manifestazioni che hanno luogo qui a Londra. Stampo il risultato finale su vecchi giornali presi da casa di mia mamma usando la sua stampante economica. Infine fotografo l’oggetto e lo condivido sui social media. Tutta la mia famiglia è coinvolta nel progetto: mio padre, che ha 83 anni, non ha alcun interesse per l’arte contemporanea ma, turbato da questi eventi politici, è interessato a leggere che cosa c’è scritto su questi sacchetti e mi ha suggerito idee per realizzarli.

Shaheen Bagh e le sue proteste di solidarietà sono memorabili perché condotte da donne. Quali altri aspetti di questi movimenti hanno ispirato il tuo progetto?
Certe fasce del femminismo occidentale presentano le donne dell’Asia meridionale, e in particolare le donne musulmane, come «più indietro» rispetto alle donne occidentali: represse, invisibili e incapaci di agire senza l’autorità degli uomini. Eppure ci sono le donne di Shaheen Bagh: le donne musulmane stanno combattendo per difendere un’istituzione laica. Non esiste nessun movimento equivalente di donne occidentali che io sappia. Shaheen Bagh è una battaglia collettiva che coinvolge tutte le classi e le generazioni. Queste donne non sono «attiviste» in senso tradizionale, ma donne normali che sono uscite dalle loro case per difendere il loro Paese contro le forze del fascismo, per combattere contro le nuove leggi sulla cittadinanza e per tanto altro. Merita attenzione non solo il fatto che fanno opposizione, ma come la fanno. A Shaheen Bagh le donne sono riuscite a creare una zona sicura in mezzo alla violenza statale. C’erano biblioteche, strutture d’istruzione, posti dove i bambini potevano disegnare e opere d’arte incredibili. «Turbine Bagh» cerca di mettere in evidenza tutto ciò, così come cerca di sottolineare l’unità che gli indiani hanno dimostrato, perché non bisogna dimenticarlo: musulmani, dalit, adivasi, sikh, jain, buddhisti, cristiani e induisti hanno fatto fronte comune in un unico movimento di resistenza.

Tu critichi pubblicamente partiti politici come il BJP [il partito al potere in India]. Ricevi mai minacce per il tuo attivismo?
Vivendo nel Regno Unito, ho il privilegio di vivere in un contesto di relativa sicurezza rispetto a molti altri artisti che partecipano al progetto e stanno in prima linea. Sappiamo tutti quali conseguenze potrebbero subire per il fatto di parlare apertamente, ma se loro sono pronti ad affrontare i rischi in cui sanno di incorrere, non ci sarebbero scuse valide a giustificarci se io o altri membri della diaspora non supportassimo la causa in qualche modo, specialmente quando l’attenzione internazionale è così cruciale per questa battaglia.

Nonostante il grande numero di proteste di massa avvenute recentemente, i casi di violazioni dei diritti umani in India e in Bangladesh stanno aumentando. Quale pensi che sia la ragione?
Siamo in un baratro. La più grande democrazia secolare al mondo è diventata uno stato fascista e suprematista induista con relativa facilità e penso che questo processo in India e Bangladesh sia stato ampiamente spalleggiato a livello internazionale. Il modo in cui si parla di questi fatti non è lo stesso riservato ad altri regimi repressivi. Se si chiede a qualcuno di dire che cosa pensa della Cina, della Russia, dell’Iran, persino dell’America di Trump, molto probabilmente parlerà di repressione. Se dici «India» invece la gente pensa allo yoga, alla pace e alla dieta vegetariana: la maggior parte delle persone con cui parlo neanche conosce la situazione attuale nel Paese, ma le nostre strutture politiche democratiche si stanno trasformando e l’abuso di potere sta diventando la norma. Se non ci piace quello che sta succedendo intorno a noi, dobbiamo far sentire la nostra voce come le donne di Shaheen Bagh. Le cose non miglioreranno da sole: l’India è un esempio di fascismo incontrollato.

© Riproduzione riservata «Samosa packet on Dalit protest in Una...», parte del progetto «Turbine Bagh» di Sofia Karim. Foto: Sofia Karim Sofia Karim. Foto David Gonzalez
Altri articoli di Kabir Jhala