L’indefinitezza e la fluidità di Leiko Ikemura

Da BUILDING 50 opere realizzate dagli anni Ottanta ad oggi ripercorrono la carriera dell’artista giapponese naturalizzata svizzera

Leiko Ikemura, «Light Face», 2021. © Leiko Ikemura e VG Bild-Kunst 2021.  Foto: Roberto Marossi
Francesca Interlenghi |

Si intitola «Prima del tuono, dopo il buio» la mostra che la galleria BUILDING dedica all’artista giapponese naturalizzata svizzera Leiko Ikemura. Curata da Frank Boehm, e visitabile sino al 23 dicembre, la personale riunisce cinquanta opere realizzate dagli anni Ottanta ad oggi, offrendo un’ampia panoramica sul lavoro e la poetica di Ikemura. Accanto alle produzioni storiche, i lavori più recenti e una scultura in vetro, realizzata appositamente per l’occasione grazie alla collaborazione tra BUILDING e la vetreria artistica Berengo Studio di Venezia, raccontano un mondo flessibile, aperto, attento a ogni mutazione e alieno da descrizioni oggettivanti. Un mondo transiente, cristallizzato in un segno che prova ad afferrare l’inafferrabile moto dell’anima.


La mostra ripercorre le diverse stagioni della sua carriera artistica, a partire dagli anni Ottanta fino a oggi, con un intento che non definirei squisitamente did
ascalico ma piuttosto teso a mettere in evidenza i tratti salenti della sua evoluzione creativa e processuale.
Credo che la parola corretta sia proprio evoluzione. È stato un lungo percorso di cambiamento il mio, di trasformazione. E di miglioramento, spero. Mi ha costantemente mosso l’impulso di andare oltre il già fatto, oltre il già noto, sebbene non sempre sia stato facile uscire dalla propria zona di conforto. Questi quarant’anni sono stati un periodo davvero intenso, eppure sono trascorsi molto velocemente. Riflettevo su questo: pensavo che per mia inclinazione naturale sono sempre protesa in avanti, verso il futuro.

Solo recentemente ho iniziato a guardarmi indietro, riguardando all’intero mio percorso. E questa mostra, declinata in quattro decadi, ognuna caratterizzata da un linguaggio specifico, oltre a essere un’occasione per farmi conoscere a quella parte del pubblico italiano che non ha grande familiarità con il mio lavoro, è anche un modo per ragionare su quanto fatto finora e per fare una revisione critica della mia produzione. Adesso, dopo tanti anni, se per esempio riguardo i disegni degli esordi mi paiono così naïf, eppure mi piacciono, ho iniziato ad accettarli consapevole che sono parte della mia vita. È come quando uno ripensa all’infanzia. Non si può dire che non fosse necessaria, concorda? Serviva anche quella, serviva alla vita.



La sua pratica multiforme si manifesta con l’impiego di differenti media: il dis
egno all’acquerello, la pittura, la fotografia, ma anche la scultura. Con quale criterio sceglie il modo per esprimersi? Esiste un medium che ritiene d’elezione tra questi?
Ho cominciato con il disegno perché per me era importante il suo carattere di immediatezza, la sua rapidità, potrei paragonarlo a un flusso spontaneo che sgorga dall’inconscio. Fin dagli inizi, l’investigazione del mio mondo interiore si è sviluppata di pari passo con l’investigazione delle diverse modalità di realizzazione del disegno. Solo in seguito ho trovato il mio linguaggio pittorico. Altrettanto importante, sebbene molto più complesso. Perché non si tratta solo di tracciare delle linee, ma intervengono il colore e la superficie e diverse dimensioni delle quali bisogna tener conto. Entrambi questi media mi sono serviti per esplorare l’universo che si celava dentro di me, un’esplorazione che sorprendentemente mi ha condotto, facendola riaffiorare, a una sorta di memoria collettiva.

Direi che questo resta, al di là degli strumenti che utilizzo per esprimerlo, il fondamento del mio lavoro. Dopo vent’anni di attività ho iniziato a sperimentare un approccio più fisico alla materia, una diversa connessione che definirei corporea, addirittura sensuale, e molto stimolante. A questo contesto è ascrivibile la scultura, della quale mi affascina il punto di vista, la sfida di oltrepassare il punto di vista unico mettendo in atto un’interazione tra corpo e opera. Quello che per me è importante, al di là del mezzo che utilizzo, è l’assoluta libertà di dare vita, dal punto di vista creativo, a qualcosa di sempre nuovo. Allora, al cospetto di quel nuovo, torno come bambina, con lo stesso entusiasmo.



Un ruolo centrale nella sua poetica è rappresentato dalle figure femminili: astra
tte, oniriche, cristallizzate dentro paesaggi eterei, esse rivelano tutta la complessità e la fragilità del loro mondo interiore. Può parlare della relazione tra l’essere umano, femminile in particolare, e il cosmo nel suo lavoro?
Per il fatto stesso di essere generativo, il corpo di una donna custodisce dentro di sé il cosmo intero. E con esso il mistero della vita. Un nodo centrale nella mia ricerca, di cui sento il bisogno di parlare dato il netto predominio, nella storia dell’arte, di artisti uomini e la carenza di riflessioni su questo tema: l’universo racchiuso dentro il corpo femminile e il mistero che ne consegue. Qualcosa di simile a quello che racconta Stanley Kubrick nel film  «2001: Odissea nello spazio».

Che cosa accadrebbe se potessimo immaginare un diverso epilogo di quel film? Se l’evoluzione del personaggio
(David Bowman che si trasforma da essere umano in una forma di vita superiore ndr) non riguardasse un uomo bensì una donna? Che cosa accadrebbe se il viaggio di Kubrick non avvenisse nello Spazio, ma nella nostra vita? Questa universale infinitezza (la fine e l’inizio di una vita da una stessa vita) trascende il piano individuale per elevarsi su un piano universale. Ed è questa traslazione che mi interessa.


La sua indagine si rivela in una continua, poetica alternanza di spazi pieni e spazi vuoti, di finito e non-finito, inteso come tensione verso l
in-finito. C’è un evidente carattere di indefinitezza nelle sue opere, qualcosa che è lasciato aperto allinterpretazione ma che mi pare abbia a che fare con la transitorietà dellessere umano, con la sua caducità.
Questo è l’ancoramento filosofico di tutto il mio lavoro: il fatto che nulla sia definitivo e nemmeno definito. È nostra prerogativa, nostra di esseri umani intendo, ragionare per categorie prestabilite: penso alla razza, alla nazionalità, al genere e così via. Ma le categorie ci impediscono di essere veramente noi stessi, di prendere consapevolezza del fatto che siamo il prodotto di una combinatoria di tanti elementi. Che cosa siamo? Da dove veniamo? Quale il senso profondo dell’essere umani? Tutte queste domande attraversano la storia dell’umanità, dai secoli dei secoli. Non possiamo sottrarci ai quesiti sulla nostra esistenza, non possiamo non interrogarci sul miracolo della vita e sul mistero della nostra sparizione, sulla finitudine della nostra condizione e sull’inafferrabile di quello che verrà dopo. Mi pongo anche io, come artista, questi stessi interrogativi. In maniera poetica, perché non è una questione ideologica la mia. È più che altro una percezione emotiva: il fatto di sentire che questa nostra esistenza è così tanto preziosa. Il mistero della vita lo traduco poi nel mistero delle forme, senza distinguere tra quelle umane, quelle animali o naturali perché penso ci sia un’unica connessione a legare insieme il tutto.


Un altro elemento chiave del suo lavoro è senza dubbio l’uso del colore. A volte è un inno all’oscurità, come nelle opere «Before Thunder» e «After Dark», altre volte è vivido e prepotente, penso all’opera «Ohne Titel».

Mi piace parlare di un sentimento del colore, difficile da raccontare a parole. Un sentimento che si accorda con l’epoca in cui una specifica opera è stata realizzata. Nell’arco della mia carriera, mi è capitato di provare magari per cinque o sei anni di seguito lo stesso sentimento del colore: ecco allora il periodo del rosso, quando era il rosso che volevo sentire, o del blu o ancora del nero. L’uso del colore torna preponderante negli ultimi lavori realizzati durante il periodo della pandemia, perché avevo necessità di sentire che il colore mi dava energia. Inoltre, da un punto di vista più prettamente tecnico, quando mi concentro su un colore devo bilanciarlo sempre con il suo complementare. Grigio e rosso per esempio li lavoro insieme, lavorando sui contrasti, perché questo rende ogni cromia più vivida. In altri periodi ho privilegiato invece stendere tono su tono, i rossi e i gialli in special modo. In ogni caso il mio rimane un approccio istintivo al colore, non procedo per serie e l’utilizzo che ne faccio dipende sempre dal momento della vita che sto attraversando.


Infine, c’è un lirismo pacato che permea tutta la sua produzione. La sua arte è a
llusiva invece che descrittiva, sentimentale invece che razionale. Posso chiederle se questo universo dell’irrisolto è in qualche modo legato alle sue origini, alla concezione estetica del Giappone?
Non ne sono così certa. Credo di avere in me tante origini, diverse radici, e credo anche che la vita sia troppo breve per viverla avendo la convinzione che tocchi consumarla dentro un unico perimetro chiuso. Preferisco pensare in termini di fluidità e allora, da questa prospettiva, forse le radici non sono così determinanti. Ma certo l’estetica giapponese mi ha influenzato. Sono cresciuta immersa in un’atmosfera filosofica che non è così teoretica e sistemica come quella occidentale. È un pensiero che non trova il proprio approdo nelle parole, ma piuttosto sta tra le parole. Se offri i pensieri al vento, il vento parla. Con un linguaggio diverso, magari non razionale, ma comunica. Potrei forse spiegarlo così. Ovviamente questo retaggio mi ha influenzata, ma ho studiato in Spagna e anche questa eredità emotiva, molto affine a quella italiana, in qualche modo mi appartiene. E così la Germania e altrettanto potrei dire della Svizzera. E come vede finiamo lì dove abbiamo iniziato, a parlare di trasformazione, di identità fluida e di pluralità. E del fatto che siamo molteplicità che alberga nell’unitarietà.

© Riproduzione riservata Leiko Ikemura, «Liegende in gelbem Kleid / Lying in Yellow Dress», 1997/2008. © Leiko Ikemura and VG Bild-Kunst 2021. Foto: Roberto Marossi Leiko Ikemura, «A Bit of Blue», 2019. © Leiko Ikemura and VG Bild-Kunst 2021. Foto: Roberto Marossi
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