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L’incerto destino delle opere bloccate nelle mostre

Sigillate, invisibili, inamovibili. Potrebbero essere restituite, ma chi può maneggiarle?

Un immagine della mostra «Raffaello 1520-1483», magnifica e oggi invisibile, aperta al pubblico il 5 marzo alle Scuderie del Quirinale

Il 31 gennaio il Governo decreta lo stato d’emergenza nazionale. Il 23 febbraio la Lombardia chiude i battenti di musei, gallerie e spazi di interesse culturale, lockdown poi esteso a tutto il territorio nazionale. Ma se tanto ci si è preoccupati di chiudere subito mostre e musei, poco se non addirittura nulla è stato scritto nei mille decreti circa la sorte delle opere chiuse, come noi, sottochiave.

Oggi le mostre sono inaccessibili al pubblico per un tempo di fatto indefinito, legato all’evolversi dell’emergenza sanitaria in corso; ma nel frattempo scadono i prestiti, le polizze assicurative, le sponsorizzazioni, le licenze di temporanea importazione e i calendari espositivi, perché una mostra non è solo un evento, e nemmeno soltanto un progetto culturale, ma anche il prodotto ultimo di numerosi e complessi accordi nazionali e internazionali, pubblici e privati.

E tra le domande che ci poniamo oggi c’è anche se riusciremo a vedere la mostra per il quinto centenario della scomparsa di Raffaello alle Scuderie del Quirinale o Banksy al Chiostro del Bramante, e i capolavori di Georges de La Tour e dei maestri della luce a Palazzo Reale a Milano. Per l’arte, il Covid-19 rappresenta, per ora, motivo di temporanea impossibilità sopravvenuta per causa non imputabile al debitore ex art. 1256 Codice Civile, almeno per gli accordi conclusi prima del 31 gennaio 2020.

Abbiamo buone speranze, però, che le opere di Raffaello del Louvre possano restare in Italia in caso di proroga dell’esposizione poiché nella sentenza del Tar Veneto del 16/10/2019, n. 426, emessa a seguito dell’impugnativa del provvedimento con cui si concedeva al Louvre il prestito dell’«Uomo Vitruviano» di Leonardo, è ritenuta lecita l’«uscita temporanea prevista dall’art. 67, comma 1, lett. d), del d.lg. 22 gennaio 2004, n. 42, che la ammette qualora sia “richiesta in attuazione di accordi culturali con istituzioni museali straniere, in regime di reciprocità e per la durata stabilita negli accordi medesimi” data “l’eccezionale rilevanza mondiale dell’esposizione, l’aspirazione del Paese a valorizzare al massimo le potenzialità del suo patrimonio, il valore di collaborazione e scambio tra Stati espresso nel Memorandum, il ritorno di immagine e di riconoscibilità, anche identitaria, delle Gallerie dell’Accademia di Venezia (omissis), l’implementazione dei rapporti culturali e museali nonché il vantaggio conseguito in forza del prestito per lo scambio con opere di Raffaello Sanzio destinate a una mostra presso le Scuderie del Quirinale, difficilmente fruibili nel territorio nazionale”».

Motivazione che diventerebbe a posteriori alquanto stridente se il Louvre pretendesse la restituzione delle sue opere («Ritratto di Baldassare Castiglione» e «Autoritratto con amico») alla data di scadenza programmata della mostra, vieppiù poiché nell’equilibrio di reciprocità dell’accordo, non potrà non tenersi conto del fatto che l’«Uomo Vitruviano» è stato esposto a Parigi sino al termine dell’esposizione, mentre i dipinti Raffaello soltanto per pochi giorni.
Buone speranze anche per quanto concerne un’eventuale proroga del prestito del «Ritratto di Leone X» poiché nonostante si tratti di bene che non può uscire temporaneamente dal territorio italiano ex art. 66 comma 2 Codice dei Beni Culturali, e figuri nella lista delle 23 opere «inamovibili» della Galleria degli Uffizi, la querelle che si è conclusa con le dimissioni del Comitato Scientifico degli Uffizi ha permesso di chiarire che si tratta di un prestito «quasi di Stato» per un evento culturale epocale e identitario, affermazione che sarebbe completamente confliggente con un eventuale diniego.

Trattandosi di eventi culturali anche per i loans tra istituzioni museali, oltre alle clausole contenute nel contratto, sarà certamente di rilievo la circostanza dirimente se l’esposizione sia o meno di particolare interesse culturale e valore scientifico e permette anche una valorizzazione culturale dell’opera prestata. Per i prestiti concessi da privati, invece, non si hanno certezze poiché per prassi non si stipulano dei veri e propri contratti, e men che meno delle clausole di hardship, ma vengono solo fatte sottoscrivere poche righe di un formulario (scheda di prestito) che non contengono clausole vincolanti né per il proprietario, né per l’organizzatore della mostra e quindi tutto sarà rimesso alla loro discrezionalità. Si nutrono, tuttavia, seri dubbi sulla possibile estensione del prestito qualora il prestatore abbia già preso ulteriori accordi con altre istituzioni culturali.

Ciò nondimeno, se il prestito è oneroso dovrà essere restituito il corrispettivo e ciò poiché l’«obbligazione si estingue se l’impossibilità perdura fino a quando, in relazione al titolo dell’obbligazione o alla natura dell’oggetto, il debitore non può più essere ritenuto obbligato ad eseguire la prestazione, ovvero il creditore non ha più interesse a conseguirla».

Quello dei musei che si vedono costretti a non esporre al pubblico le opere concesse loro in prestito è tuttavia un inadempimento incolpevole poiché l’impossibilità non è una mera difficoltà, ma un impedimento assoluto, tale da non poter essere rimosso. Nel caso in cui le opere d’arte non potessero, invece, essere restituite ai proprietari entro il termine originariamente convenuto potrebbe venire in soccorso contro eventuali richieste di danni il Decreto Cura Italia n. 18/2020 che attenua la severità dell’art. 1218 C.C. rimettendo alla valutazione del giudice la situazione emergenziale qualora il debitore non sia in grado di provare «che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile».

Questa precisazione è d’obbligo, poiché nel momento in cui scriviamo logistica e licenze doganali non sono state fermate o sospese né dal virus né dai molti decreti susseguitisi e quindi le merci sono astrattamente in grado di circolare, quanto meno in Europa, ma i dipendenti pubblici delle istituzioni museali ad eccezione degli addetti alla sicurezza e di pochi altri non sono nelle condizioni di sovraintendere alle operazioni di disallestimento e imballaggio delle opere.

Gloria Gatti, da Il Giornale dell'Arte numero 407, aprile 2020



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