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Opinioni

L'importanza della cultura nella regione che traina il Paese

Il direttore della Pilotta Simone Verde: in Emilia Romagna deve essere un ecosistema per la competitività del sistema produttivo di una società libera e creativa

Simone Verde

Parma. Simone Verde, classe 1975, è direttore del Complesso Monumentale della Pilotta di Parma dal 2017. Precedentemente è stato responsabile della ricerca scientifica e della produzione editoriale per l’Agence France-Muséums/Louvre Abu Dhabi. Attento osservatore delle politiche artistiche e culturali, ha collaborato con «France Culture», «il manifesto», «il Fatto Quotidiano», «l’Unità» e ha una rubrica sull’«Huffington Post». È curatore e autore di cataloghi e mostre.

Come valuta la situazione culturale, artistica ed espositiva dell’Emilia-Romagna?

È una delle regioni storicamente più ricche d’Italia, ma a causa della sua fortuna industriale non ha mai fatto della cultura l’asset che potrebbe, anche a profitto del sistema produttivo. Non parlo, ovviamente, delle doverose missioni di servizio pubblico dei musei statali, ma della cultura quale ecosistema per la crescita e lo sviluppo di una società libera e creativa. Le ultime statistiche fanno dell’Emilia-Romagna la locomotiva del Paese grazie a settori strategici e «pesanti» come l’industria meccanica o farmaceutica. Qui, perciò, non ci si è mai dovuti misurare su ampia scala con i drammi sociali delle riconversioni o con i processi della terziarizzazione come è avvenuto altrove. Un indubbio vantaggio… ma che nel mondo dei beni culturali o dei musei diventa a volte uno problema. Ovvero, si pena a far comprendere l’importanza di questo settore per la competitività generale. Al massimo ne vengono considerate superficialmente le potenzialità turistiche.

Può spiegare meglio?

In epoca di sovrapproduzione, quando la stragrande maggioranza delle merci è di qualità comparabile, il simbolico (la capacità di attribuire loro un significato culturale) è l’elemento che fa la differenza. Si tratta di un meccanismo ben compreso da quei sistemi economici che a un certo punto hanno dovuto rigenerarsi per resistere alla competizione globale. I Francesi, per esempio, e a partire dalla crisi degli anni Ottanta, hanno rafforzato l’identità culturale complessiva della loro industria per cui l’acquirente di un singolo prodotto ha l’impressione di appropriarsi di un’intera civiltà. La cultura, dunque, si è trovata a svolgere un ruolo di primo piano, sia nello stimolo della creatività che nella costruzione di quello che dai sociologi è stato definito «Nation branding».

E in Emilia-Romagna?

È tempo anche per noi di governare questi processi, tanto più che uno degli elementi simbolici oggi maggiormente richiesti dal mercato è la sostenibilità, ovvero un raggiunto equilibrio tra natura e cultura in cui la cura del paesaggio o il rispetto delle vestigia del passato svolgono un ruolo fondamentale. È interesse anche della crescita economica uno sviluppo orientato da politiche culturali che intervengano nella gestione del territorio e siano capaci di indirizzare il sistema produttivo e sociale così come teorizzato per la prima volta in Emilia-Romagna con l’esperienza dell’IBC (Istituto per i beni artistici e culturali e naturali) gli insegnamenti di Andrea Emiliani e Pierluigi Cervellati.

La regione ha due musei autonomi (Pilotta e Gallerie Estensi) e molti
altri statali, locali e privati. Che cosa pensa di questa organizzazione?
I musei nazionali della regione sono importantissimi quanto gli episodi collezionistici che li riguardano. A volte, però, si fa fatica a differenziare le missioni delle istituzioni statali (per vocazione globali) e delle istituzioni municipali (di natura maggiormente connessa con la sfera locale). Manca spesso una gerarchia e l’entropia che ne scaturisce rende faticoso il coordinamento. Talvolta si ricade in antagonismi impropri con i Comuni, dagli effetti opposti a quelli che sarebbero necessari. È una caratteristica generale del sistema italiano, radicato in una lunga e tenace tradizione localistica che ci ha emarginato su scala internazionale, ma che in ambito culturale la riforma Franceschini ha cominciato fortunatamente a insidiare nella logica di un «Sistema nazionale» dei musei.

Qual è la situazione del turismo in Emilia-Romagna e quali sono i suoi
suggerimenti?
La Regione e gli enti locali mi pare abbiano fatto grandissimi passi in avanti nel loro insieme e gliene va dato atto. Non si può dire conseguito, però, il recupero culturale e ambientale di un territorio concepito nella sua globalità. A parte le zone collinari, difese naturalmente, a valle non si possono vantare i fasti del Rinascimento se poi tra una città d’arte e l’altra si vaga in campagne destrutturate da un’urbanizzazione caotica (con distretti industriali anarchicamente disseminati) o da splendidi esempi di architettura rurale storica distrutti, uno sì e uno no, sostituiti da costruzioni in cemento. La Pianura Padana somiglia molto a quella olandese: lì, le industrie sono confinate nelle periferie dei centri urbani e raccolte dietro filari di alberi; al di fuori delle aree di sviluppo previste dai piani urbanistici, le nuove abitazioni devono seguire per filo e per segno l’architettura e le tecniche di quelle antiche, pena la demolizione, tranne pochi e rarissimi progetti d’autore approvati da apposite commissioni. Parliamo della liberale Olanda... Questo equilibrio visibile tra natura e cultura segnala un ordine democratico rispettoso del passato e del paesaggio, e per questo foriero di reputazione commerciale. Da noi stiamo progressivamente erodendo e distruggendo un patrimonio secolare la cui storia, se devoluta al presente, sarebbe portatrice di sviluppo. Si potrà investire tutto quello che si vorrà per la valorizzazione di alcune città d’arte, ma non si attrarrà mai la quota alta del mercato turistico, al massimo si potrà interessare un pubblico di massa e distruttivo, tutt’altro che portatore dello sviluppo atteso... E a detrimento degli stessi centri urbani che si ritiene in buona fede di valorizzare.

Nella regione c’è qualche esempio innovativo, pubblico o privato?

Nel mio piccolo non posso che testimoniare dell’impegno della Fondazione Cariparma, sempre in prima linea per supportare una concezione olistica e sociale della cultura, anche in termini di sviluppo sostenibile. Di singolarità di pregio ce ne sono tantissime, cito anche la Collezione Maramotti di Reggio Emilia, così attiva nel contemporaneo, la Fondazione Toscanini e Prometeo per la musica, a Parma. Posso salutare l’attivismo generoso degli Amici del Complesso Monumentale della Pilotta, industriali e professionisti di altissimo rilievo. Quello che manca non sono le individualità di valore, è una visione di sistema, capace di interagire i vari soggetti, ognuno al suo livello e con missioni gerarchiche e coordinate.

Come si inserisce la Pilotta in questo
contesto e in vista di Parma 2020?
La Pilotta è sottoposta a un processo di ripensamento profondo che fa tesoro dei privilegi che le sono stati accordati nel 2106, quando ritrovò l’unità originaria delle collezioni. Questa unitarietà riconquistata grazie alla fusione di tre istituti come il Museo Archeologico, la Biblioteca e la Galleria Nazionale prima divisi, sta permettendo un parziale riallestimento che ricuce connessioni storiche a volte recise dalla tassonomia scientifica dell’Ottocento. In due anni abbiamo riallestito e riqualificato circa 15mila metri quadrati, restaurato una trentina di opere, rilanciato le acquisizioni sul mercato archeologico, artistico e bibliografico, riattivato progressivamente il settore mostre. Abbiamo anche lanciato enormi progetti come il rifacimento del primo piano del Museo Archeologico (il cui cantiere non tarderà a partire), una gara per i servizi di bar e ristorante, lo spostamento del Museo Bodoni al piano terra e la realizzazione di un ingresso separato della Biblioteca Palatina, che riqualificherà una delle aree maggiormente degradate di Parma.

Come immagina il futuro del Complesso?

Come ci stiamo impegnando a realizzarlo: uno dei più importanti musei europei che ritrova tutta la sua forza grazie a una museologia multiforme. Che espone capolavori, ma racconta anche la storia delle collezioni affrontando, a partire da un territorio e da una determinata comunità, tutte le questioni universali che un museo è chiamato a interrogare: il senso del nostro essere umani, le modalità del nostro divenire cittadini consapevoli e i compiti di una democrazia pluralista in una società sempre più multietnica. La sua scommessa è quella di sempre, da cui nacquero, con la Rivoluzione francese, le politiche culturali: che una società più consapevole sia anche una società più creativa e più prospera.

Stefano Luppi, da Il Giornale dell'Arte numero 401, ottobre 2019


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