L’idea occidentale dell’Oriente

Immagini e parole dei «mercanti di sogni» tra XVII e XIX secolo

Giuseppe Mancini |  | Istanbul

Un viaggio della mente seguendo i viaggiatori: dall’Oriente contiguo e seducente del Levante a quello selvaggio e paradisiaco della Polinesia, con tappe intermedie (Asia centrale, India e Cina, Giappone...) in un crescendo di intraprendenza e straniamento. Il nuovo libro di Attilio Brilli (specialista di storia del viaggio, già autore nel 2009 di un pregevole Il viaggio in Oriente, come tutti i suoi saggi pubblicato da il Mulino) traccia un percorso di graduale scoperta fitto di personaggi e aneddoti avvincenti, ricco di riflessioni e contestualizzazioni profonde, accompagnato da dipinti, incisioni, illustrazioni, poster pubblicitari, fotografie d’epoca.

Immaginazione e immagini, di uguale rilevanza ma non sempre amalgamate tra loro. Ne sono protagonisti viaggiatori nel testo e artisti nell’iconografia: Richard Francis Burton, Carsten Niebuhr, Aurel Stein, Robert Byron, Pierre Loti, Victor Segalen, Lafcadio Hearn, Eugène Fromentin, Jean Léon Jerome, Rudolf Ernst, Horace Vernet, Alberto Pasini, Amedeo Preziosi, William Hodges, Paul Gauguin che fonde mirabilmente in sé i due ruoli. Il periodo specifico di riferimento, tra avventure individuali e spedizioni scientifiche, è dal XVII al XIX secolo (e inizio del XX).

Il linguaggio è fluido e accattivante, la struttura agile, la narrazione rapida e coinvolgente. Capitoli e paragrafi non sono esaustivi, ma offrono in sequenza i tasselli multicolore di un grande mosaico: gli Orienti (molteplici, perché profondamente diversi tra di loro) come «mondo esotico e intensamente erotico». Anzi, Brilli specifica che il suo tema non è tanto l’Oriente quanto «l’idea occidentale dell’Oriente»: una realtà filtrata creativamente dalle aspettative e dalle scoperte dei viaggiatori, definiti «mercanti di sogni». L’idea occidentale è, per l’appunto, quella di «un Oriente favoloso, indolente e sensuale, tirannico e crudele».

La prima metà del volume è la più convincente, quella in cui l’autore è più a suo agio; integralmente dedicata all’Oriente più vicino, arabo e ottomano, ricostruisce diverse modalità di viaggio o di temporanea permanenza: le carovane nel deserto e l’Orient Express, il Cairo e Istanbul, le fantasiose seduzioni dell’harem e dell’hamam, le spedizioni scientifiche e insieme di conquista, le scoperte dell’archeologia pioneristica tra la Sfinge e Palmira o Ninive. Nelle riproduzioni trionfa la languida curiosità della pittura orientalista, di cui «Il bagno turco» di Ingres è emblematico capolavoro. 

La seconda metà, inattesa, appare più rarefatta; gli Orienti si moltiplicano, Brilli (non più trattenuto da una sovrabbondanza di dettagli) ha più spazio per cesellare viaggiatori, per far emergere luoghi sempre più lontani e impenetrabili, non solo geograficamente: le Grotte dei 1000 Buddha sulla Via della Seta, Lhasa città santa del Tibet, Saigon capitale dei vizi, i templi di Angkor nella giungla, il Giappone dalla spiritualità ancora incontaminata e dal virtuosismo artistico, per finire con la Polinesia primordiale e lussureggiante e l’isola di Pasqua «alla fine del mondo». Ne rintraccia l’anima, aiutandosi con immagini evocatrici.

Il grande racconto del favoloso Oriente, di Attilio Brilli, pp. 480, 200 ill. a colori, Il Mulino, Bologna 2020, € 48

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