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Mostre

L'eterno ritorno dell'arte del vestire

Al Met la storia della moda si fonda su un tempo non omogeneo

Il direttore del Metropolitan Max Hollein alla presentazione della mostra «About Time: Fashion and Duration». Cortesia The Metropolitan Museum of Art, BFA.com/Matteo Prandoni

La durata, sosteneva il filosofo Henri Bergson (Parigi, 1859-1941), è «la stoffa stessa della realtà». È una temporalità interiore, impossibile da misurare, in cui passato, presente e futuro si sovrappongono nel moto fluido della coscienza. Questa nozione, che fa storcere il naso a ogni storico, rivoluzionò, all’inizio del XX secolo, i presupposti dell’arte e della letteratura europee. Un concetto, questo di «durée», che sembrerebbe andare a pennello per quell’arte che, con il tempo, intrattiene forse la relazione più controversa: la moda.

La storia della moda è una narrazione tutt’altro che lineare: è fatta di corsi e ricorsi, flashback e flashforward, cortocircuiti temporali di passato e futuro. Più che un coerente percorso evolutivo, la moda si fonda su un tempo non omogeneo, in cui cambiamento e conservazione vanno a braccetto. In tributo a Bergson e a un secolo e mezzo di moda, il Costume Institute di New York presenta una grande mostra presso gli spazi del Metropolitan Museum, nell’anno del suo 150mo anniversario. «About Time: Fashion and Duration», in corso fino al 7 febbraio, mette in scena 120 modelli di abiti, creati tra il 1870 (l’anno della fondazione del Met) e i giorni nostri, il maggior numero dei quali provenienti dalle collezioni del Costume Institute.

«La moda è legata al tempo in modo indelebile, dichiara il curatore Andrew Bolton. Non solo riflette e descrive lo spirito dei tempi, ma cambia e si sviluppa in relazione ad essi, come fosse un orologio particolarmente sensibile e accurato. Attraverso una serie di diverse cronologie, la mostra usa il concetto di durata per analizzare i colpi di scena temporali della storia della moda». Spettacolare l’allestimento, concepito da Es Devlin: le lancette di due enormi orologi svelano, per ciascuno dei sessanta minuti, una coppia di abiti, di epoche diverse ma vicini per forma, materiale, tecnica o decorazione.

Se il primo orologio simboleggia una temporalità più lineare attraverso la successione cronologica degli abiti, il secondo enfatizza la natura ciclica della moda, la sua «durata» per l’appunto, attraverso il ricorrere di motivi, formule e ispirazioni. Il tutto accompagnato da estratti dagli scritti di Virginia Woolf, colei che forse comprese più a fondo le teorie di Bergson e il cui ruolo è quello di «narratrice fantasma».

E così un abito di taffetà nero del 1877 si accompagna alla «Bumster skirt» del 1995 di Alexander McQueen; o un vestito di raso nero del 1895 con enormi maniche a prosciutto è affiancato a un completo decostruito di Comme des Garçons, anno 2004. L’atto finale è la messa in scena di un abito bianco haute couture di Viktor & Rolf, dalla collezione primavera-estate 2020, fatto di campioni di tessuto riciclati e ricomposti in un ricchissimo patchwork. Allegoria del futuro della moda e di un nuovo corso dell’industria del fashion, il vestito volteggia nell’aria in mezzo a una tempesta di pezzi di tessuto: come una fenice che rinasce dalle proprie ceneri.

Federico Florian, da Il Giornale dell'Arte numero 412, novembre 2020

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