L’estetica dei dittatori per l’estasi dei popoli

Franco Fanelli |

In più occasioni, a partire del pamphlet La responsabilità dell’artista, pubblicato da Allemandi nel 1998, Jean Clair ha rilevato inquietanti affinità tra il programma totalizzante delle avanguardie storiche e i totalitarismi europei della prima metà del ’900. Fra i tratti in comune, secondo lo storico dell’arte francese, l’irrazionalismo, la violenza, l’antiumanesimo e, spesso, il disprezzo per la cultura. È un’ambiguità dalla quale conviene partire per interpretare il ruolo degli artisti sotto i regimi fascista, nazista e comunista. Talora, più che di connivenza, si tratta di corrispondenza tra visioni estetiche coincidenti. Lo si vede soprattutto in Italia, e segnatamente nell’architettura, alla luce della convergenza tra classicismo e modernismo: «Sarebbe (...) riduttivo, sul piano critico, ricondurre al condizionamento ideologico il filone più classicista dell’architettura del ventennio espresso da
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© Riproduzione riservata Progetto  per la casa madre del Balilla in prossimità del Foro Mussolini (1932-33) di Enrico Del Debbio il Salotto del führer a Monaco dell’architetto Leonhard Gall con il dipinto  «I quattro elementi» (1937) di Adolf Ziegler  progetto per il Palazzo  dei Soviet a Mosca (1933-35) di Vladimir Gelfreikh, Boris Iofan e Vladimir Shchuko
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