L'epica di Matthew Barney

L'artista americano torna a Londra dopo 10 anni con un nuovo ciclo di produzione filmica

Matthew Barney, un fotogramma di «Redoubt», 2018 © Matthew Barney, cortesia di Gladstone Gallery, New York e Bruxelles e di Sadie Coles HQ, Londra.
Federico Florian |  | Londra

Dal 19 maggio al 25 luglio la Hayward Gallery al Southbank Centre presenta la personale (la prima in Gran Bretagna negli ultimi 10 anni) di Matthew Barney, l’artista americano noto ai più per l’epico ciclo di lungometraggi Cremaster (1994-2002).

Epico, per l’appunto, resta l’attributo più appropriato per descrivere il nuovo gruppo di lavori in mostra a Londra, il cui epicentro è una produzione filmica dal titolo «Redoubt». Ispirato alla mitologia greca, nello specifico alla storia di Diana e Atteone, il film è strutturato come una sequenza di sei battute di caccia, che si dispiegano nell’arco di sette giorni e sette notti nel paesaggio innevato delle Sawtooth Mountains in Idaho, Stati Uniti, luogo dell’infanzia dell’artista.

Il cast è composto da sei attori: Diana la cacciatrice, interpretata da una professionista del mirino, la tiratrice scelta Annette Wachter; le sue vergini ancelle (le ballerine Eleanor Bauer e Laura Stokes), che comunicano tramite la danza e i movimenti del corpo; l’incisore, ovvero lo stesso Barney, che segue furtivamente le cacciatrici documentandone le azioni e gli avvicendamenti in una serie di incisioni su rame; il suo assistente/alchimista, che sottopone le creazioni dell’artista a trasformazioni chimiche e bagni elettrolitici; e infine il lupo, preda rituale e bersaglio finale di questa Diana soldatessa del XXI secolo.

Come in molti dei suoi precedenti lavori, Barney fonde antichi miti e leggende a riflessioni di attualità politica, a partire dal titolo, un’allusione ad American Redoubt, movimento survivalista di estrema destra diffuso nella regione in cui è stato girato il film. Il conflitto tra potere centrale e libertà individuale e il dibattito attorno al diritto o meno di possedere armi da fuoco, accesissimo nell’America contemporanea, sono evocati e universalizzati attraverso panorami sublimi, enigmatiche coreografie e la violenza seducente che pervade moltissimi dei suoi fotogrammi.

Completano la mostra quattro sculture monumentali in rame e ottone, tratte da calchi di alberi provenienti da foreste bruciate nelle Sawtooth Mountains, e una quarantina d’incisioni prodotte con la tecnica della galvanostegia.

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