L'energia e la radicalità della collezione Hoffmann

Alla Bundeskunsthalle 200 opere dei coniugi che le consideravano «membri della famiglia»

Erika Hoffmann con un’opera di Joelle Tuerlinckx e tavolo e sedie di Warren Platner. © Foto Alexander Gehring, courtesy: Sammlung Hoffmann, Berlino
Francesca Petretto |  | Bonn

«Adamo, Eva, e il serpente: opere dalla Collezione Hoffmann» è il titolo della ricchissima mostra ospitata dalla Bundeskunsthalle dal 29 ottobre al 13 febbraio, in collaborazione con le Staatliche Kunstsammlungen di Dresda. Fu l’amore per la moda a portare i coniugi tedeschi Erika e Rolf Hoffmann nel mondo dell’arte: vi cercavano ispirazione per l’azienda di famiglia (van Laack) di tessuti.

A partire dagli anni ’60, sempre più spesso ospiti di eventi, mostre e kermesse (come documenta a Kassel) e incontri con artisti in giro per la Renania, iniziarono a fare i primi acquisti direttamente dalle mani degli artefici con cui stringevano amicizia.

Gli Hoffmann cercavano lavori in cui poter ritrovare sé stessi e con cui poter vivere il più vicino possibile: fu Erika a riferirsi ai pezzi della loro collezione come a «membri della famiglia» tanto da decidere di viverci insieme, tra le stesse mura.

L’allestimento offre corrispondenze sorprendenti tra opere e scelte di vita dei collezionisti, loro interessi e sogni, e riflette su domande esistenziali senza tempo.

Concetti come energia, radicalità, innovazione, transitorietà, corporeità e fugacità prendono vita attraverso le 200 opere di artisti quali Carla Accardi, Yael Bartana, Christian Boltanski, Monica Bonvicini, Isa Genzken, Félix González-Torres, Georg Herold, Barbara Kruger, Yayoi Kusama, Ernesto Neto, Julian Rosefeldt, Frank Stella, Wolfgang Tillmans e Andy Warhol.

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