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Mostre

L'empatia canina di Wegman

Al Museo d’arte della Svizzera italiana gli eleganti, atletici, dolci e pazienti bracchi protagonisti di giocose interpretazioni di movimenti artistici del ‘900

Uno scatto del 2014 di William Wegman. © William Wegman

Lugano (Svizzera). Tutto merito di Man Ray. Non dell’artista però, bensì del primo cane Weimaraner, poi battezzato, appunto, Man Ray, in cui William Wegman (Holyoke, Massachusetts, 1943, vive tra New York e il Maine) s’imbatté nel 1971. Diventandone un autentico «addicted». Da allora, intere generazioni di questi bracchi eleganti, dal fisico atletico e dallo sguardo dolce (dotati poi, evidentemente, di un’infinita pazienza), si sono succedute nelle immagini di Wegman, che li ha usati come modelli per i suoi scatti, vestendoli di volta in volta da astronauta o da casalinga, da prete o da contadino, oppure facendone gli interpreti di giocose interpretazioni di movimenti artistici del ‘900 (impagabile quello del 2014, in cui un suo bellissimo Weimaraner si appoggia con elastica eleganza a un cubo nero, a sua volta appoggiato a un cubo bianco, in una citazione-omaggio ai lavori suprematisti di Malevic).

Adoranti verso il loro padrone, con cui intrattengono un rapporto di totale empatia, i Weimaraner di Wegman si prestano anche a esibizioni di equilibrismo, come nella serie «Sit/Stay», dove, immobili, tengono in equilibrio oggetti disparati. Fotomontaggi, si dirà. Niente affatto: quelle di Wegman sono Polaroid di grande formato, dunque istantanee non ritoccate né ritoccabili, che provano l’intensa complicità fra il «modello» e l’artista. Talora, poi, i suoi cani sono anche i protagonisti di film, in cui Wegman, fotografo e pioniere della video arte, mima con ironia le performance degli artisti concettuali, di cui pure, agli inizi, era stato compagno d’avventura, partecipando nel 1969 a una mostra epocale come «When Attitudes Become Form», di Harald Szeeman, e nel 1971 a documenta V di Kassel. Ma sarebbero state proprio le immagini dei suoi Weimaraner a guadagnargli una fortuna mondiale.

Novanta scatti e alcuni film, scelti dal curatore William A. Ewing, già direttore del Musée de l’Elysée di Losanna, compongono la mostra «Being Human», che dall’8 settembre al 6 gennaio prossimo debutta nel Museo d’arte della Svizzera italiana, da cui partirà per un tour in altri musei europei. Promossa dalla Foundation for the Exhibition of Photography, Minneapolis/New York/Paris/Lausanne, in collaborazione con il Museo d’arte della Svizzera italiana, la mostra ci conduce in un universo solo in apparenza animale, i cui protagonisti mostrano, specie nello sguardo e nell’espressione del muso (viso, si vorrebbe dire), tratti di vera umanità, messi sapientemente in evidenza da Wegman, che di ognuno conosce ed esalta l’indole e la personalità.

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 400, settembre 2019


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