L’emigrato Kiefer cerca l’esule Celan

Al Grand Palais Éphémère l’incontro tra il poeta rumeno che in tedesco cantò l’angoscia del secolo dell’Olocausto e l’artista che da sempre fa i conti con i fantasmi della storia della Germania

Una veduta della mostra di Anselm Kiefer «Pour Paul Celan», Grand Palais Éphémère, Parigi, 2021 © GPE AK e Georges Poncet pour la Réunion des musées nationaux - Grand Palais, 2021 Una veduta della mostra di Anselm Kiefer «Pour Paul Celan», Grand Palais Éphémère, Parigi, 2021 © Luana De Micco Una veduta della mostra di Anselm Kiefer «Pour Paul Celan», Grand Palais Éphémère, Parigi, 2021 © GPE AK e Georges Poncet pour la Réunion des musées nationaux - Grand Palais, 2021
Luana De Micco |  | Parigi

e monumentali tele di Anselm Kiefer, alte otto, dieci metri, sono posate su semplici carrelli nel gigantesco Grand Palais Éphémère. Il padiglione degli Champs-de-Mars, di fronte alla Tour Eiffel, disegnato da Jean-Michel Wilmotte, è stato trasformato in un hangar. Non ci sono pareti bianche, né piedistalli, ma muri grezzi, un pavimento di asfalto, la luce è crepuscolare. Niente altro che le tele di Kiefer.

Sopra di esse scorrono i versi di Paul Celan, il grande poeta rumeno, ebreo di lingua tedesca, sfuggito alle deportazioni, che finì i suoi giorni gettandosi nella Senna, a Parigi, nel 1970. I versi, in tedesco, si mescolano alla materia pittorica, densa, viva, in un impasto di colori, terra, cenere. Lo sguardo corre sui dettagli, personaggi di paglia, abiti di bambini, ciuffi di felci, un carrello per la spesa pieno di pietre carbonizzate.

Kiefer, tedesco, nato nel 1945, che vive in Francia dal 1992, è sfuggito agli orrori della guerra, ma continua a esserne abitato. Attraverso il suo lavoro esplora i traumi più dolorosi del Novecento e l’identità tedesca del dopoguerra: «Uso la storia come fosse argilla, dice. Col tempo ho capito che la vera, unica, storia non esiste. Io ne raccolgo i frammenti e modello la mia». Nel 2007 fu il primo artista a essere invitato dal Grand Palais per la rassegna «Monumenta».

Era stato Christian Boltanski a suggerire il suo nome. Già all’epoca l’opera di Celan faceva da sfondo all’installazione inedita per il Grand Palais. Quindici anni dopo, Kiefer prolunga il dialogo con il poeta scomparso: «A scuola studiavamo poesie come “Todesfuge”, fuga di morte. Già all’epoca per me Celan era il più grande poeta del XX secolo, racconta. Tempo dopo ho affrontato le poesie più tarde ed ermetiche. Non potendo coglierne la totalità, cominciai a impararle a memoria. Celan non si accontenta di contemplare il nulla, lo ha vissuto e attraversato. Io sono solo un testimone di ciò che resta».

Anche la mostra «Pour Paul Celan» è effimera, è aperta solo fino all’11 gennaio. È senza cronologia né percorso, perché ognuno possa creare liberi legami con le opere. Per convincere l’artista a fare la mostra, Chris Dercon, presidente della Réunion des musées nationaux e del Grand Palais, gli ha fatto notare che il Grand Palais Éphémère assomiglia al suo atelier di Croissy-Beaubourg, un gigantesco ex magazzino della regione parigina dove Kiefer accumula materiali di recupero, fiori secchi, frammenti di vetro, pezzi di metallo, fil di ferro, e conserva in container quadri mai davvero finiti: «Il capolavoro non lo farò mai, non so farlo».

Oltre ad allestire le tele, realizzate tra il 2015 e il 2019, alcune riprese e rilavorate, nella mostra è riprodotto anche un angolo di laboratorio dell’artista: «Il mio atelier è ovunque». In una vetrina è esposto un bunker costellato di fori da cui fioriscono papaveri. C’è un aereo con le ali di piombo che non potrà mai volare battezzato «Pavot et Mémoire», come la prima raccolta di Celan. Sulle ali sono posati libri, anch’essi di piombo, e papaveri secchi.

Kiefer non ha mai temuto di fare i conti con la storia della Germania, guardandone in faccia anche il lato più oscuro. Nel 1969 realizzò una serie di performance fotografiche, che non furono comprese da tutti all’epoca, giudicate provocatorie o antisemite, in cui si ritraeva vestito con l’uniforme dell’esercito del padre, mentre faceva il saluto nazista davanti a monumenti simbolici come il Colosseo a Roma. A Parigi espone in un container alcuni di quegli scatti sbiaditi stampati su tele di iuta sgualcite.

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