L’eleganza androgina del maudit Yves Saint Laurent

Secondo Giorgina Siviero: «Non è la moda che influenza la società, ma il contrario: YSL lo capì ed è per questo che è diventato un mito senza avere inventato nulla di straordinario. Solo vestiti meravigliosi»

La giacca «Hommage à Vincent van Gogh» (1988) © Yves Saint Laurent © Nicolas Mathéus
Carlotta de Volpi |  | Parigi

«Gli anni di grande creatività di Yves Saint Laurent sono durati poco. Su quarant’anni di lavoro dieci sono stati di grandi successi e trenta di agonia. Ma in quegli anni lui è stato padrone incontrastato della scena mondiale. Nel bene e nel male io ho sempre guardato a lui più che agli altri protagonisti di quel momento. Lui era quello che mi affascinava di più»: è così che Giorgina Siviero, fondatrice del noto concept store nel cuore di Torino, San Carlo dal 1973, introduce lo stilista che l’imprenditrice ha sempre seguito idealmente durante i suoi cinquant’anni di attività.

Che cosa ha rappresentato Yves Saint Laurent nel mondo della moda dei primi anni Sessanta?
È stato un po’ un faro per me. Il più grande couturier del suo tempo e pur non avendo fatto niente di straordinario, a parte vestiti meravigliosi, è diventato una leggenda. I suoi vestiti hanno raccontato meglio di chiunque altro il gusto della sua epoca. Per poco più di un decennio, dal 1962 al ’72. Non ha avuto la capacità di Chanel nel costruire una moda senza tempo, non possedeva la maestria di Madeleine Vionnet né lo humour creativo di Schiaparelli o l’abilità tecnica di Balenciaga, non era moderno come Courrèges, non aveva la capacità di mettere insieme creatività e rigore manageriale come Armani. Ciononostante, lui era un po’ la somma di tutti loro, con quell’aura in più del personaggio «maudit», di «genio e sregolatezza» che l’ha portato fuori strada troppo presto, ma che l’ha aiutato nella costruzione del suo mito. Un mito vero, inscalfibile. Intelligente e sensibile ai cambiamenti epocali, Saint Laurent ha capito che doveva essere lui ad adeguarsi alla società e non viceversa. Non è vero che uno stilista influenza la società: in realtà si riferisce alla società e la veste. Con uno sguardo attento a ciò che accadeva intorno a lui, riusciva a cavalcare l’onda del momento. È stato il primo a ispirarsi alla moda che vedeva indossata per strada e portarla in passerella, il primo ad aver proposto la «parità di genere» nella moda.

Perché è stato così importante il suo contributo creativo?
Ha dato vita a un tipo di donna elegante e androgina allo stesso tempo. Fin dalla prima sfilata del ’62 aveva già introdotto quasi tutti quei capi iconici che resistono ancora oggi: lo smoking, il tailleur pantalone, il pea coat, la sahariana, il giubbotto di pelle e la tuta. I pantaloni li aveva già inventati Chanel a suo tempo, ma lui li ha resi un caposaldo per le donne. Ha dato potere alle donne e mentre Chanel sfruttava la loro debolezza, Saint Laurent credeva nella loro forza. Nel ’66 ha aperto la boutique Rive Gauche, proponendo la sua «moda pronta». Un nuovo sistema che ha penalizzato l’alta moda, offrendo tuttavia alle clienti proposte più a buon mercato.

Quindi è riuscito a cogliere pienamente lo spirito del momento, ma guardando a quello che era già stato fatto?
Sì, era bravissimo a rifarsi al passato, traendo ispirazione dall’arte, dalla storia e da quanto era già stato detto prima di lui. La sua passione per l’arte l’ha spinto a omaggiare i maestri della pittura del ’900, da Picasso a Warhol, da Matisse a Braque, da Mondrian a Tom Wesselmann e soprattutto Van Gogh, quando il binomio arte-moda non era ancora un luogo comune. Ma anche questo era già stato proposto da Schiaparelli negli anni Quaranta. Neanche la stroncatura della critica per la famigerata serie di abiti del ’71 che fece scandalo a Parigi, ispirata alle collaborazioniste degli anni Quaranta, ha arrestato la sua ascesa folgorante.

Esiste oggi un successore di Yves Saint Laurent? Qualcuno che ne rispecchia la visione e la sensibilità?
No. La moda di oggi, secondo me, è più comunicazione che altro. Viene decisa a tavolino dai grandi gruppi che stanziano budget stratosferici, studiano le debolezze delle masse, scelgono un personaggio di grande capacità a cui affibbiano un marchio il cui fondatore è defunto da quel dì, e gli chiedono di realizzare una collezione. Ma non c’è più un creatore che esce con il suo nome, e che può farcela senza milioni di euro investiti. Non ce la farebbe un giovane indipendente. Sicuramente dei talenti ci sono, ma sono mediati, anzi fagocitati da questi gruppi, per cui non c’è più spazio per il genio che va per la sua strada e fa quello che vuole rivolgendosi a un proprio pubblico.


A PARIGI TRA I SUOI MAESTRI: GLI ARTISTI
Il 6 agosto 1965 Yves Saint Laurent portò in passerella la «collezione Mondrian». Gli abiti cocktail ispirati alle geometrie delle tele del pittore olandese, dalla caduta a piombo perfetta e senza la minima traccia di cuciture, furono acclamati dalla stampa internazionale: «Rivoluzionari!», li definì la rivista newyorkese «Women’s Wear Daily». Il sodalizio tra arte e moda era nato. Se la collezione passa alla storia con il nome di Piet Mondrian, il genio della moda parigina si ispirò anche a un altro pittore, Serge Poliakoff: «Mondrian e Poliakoff, disse, mi hanno insegnato la purezza e l’equilibrio».

YSL (1936-2008), allievo di Dior, aveva presentato la sua prima collezione, con il suo marchio, appena tre anni prima, il 29 gennaio 1962, al 30 bis rue Spontini, a Parigi. Esattamente 60 anni fa. Per l’anniversario cinque grandi musei parigini si sono uniti con il Musée Yves Saint Laurent Paris e la Fondation Pierre Bergé-YSL per proporre una mostra dal sapore inedito, dove gli abiti dialogano con le opere e gli artisti che li hanno ispirati: Van Gogh, Fernand Léger, Pierre Bonnard, Giacometti, Lucio Fontana o ancora Vasarely.

«Yves Saint Laurent aux musées», dal 29 gennaio al 15 maggio 2022, coinvolge Centre Pompidou, Louvre, Musée d’Orsay, Musée Picasso e Musée d’art moderne de la ville de Paris. YSL, che fu anche pittore a tempo perso oltre che grande collezionista d’arte, reinventò l’eredità artistica di tutte le epoche. Al Pompidou sono esposti la «camicetta rumena» che dà vita alla tela di Matisse, «il» pittore per eccellenza per YSL, e il cappotto di pelliccia verde ispirato all’«odalisca» di Martial Raysse.

Al Musée Picasso è la giacca dalle forme geometriche che riprende il ritratto di Nusch Éluard. Il Louvre accoglie YSL sotto gli ori della Galerie d’Apollon, decorata da Charles Le Brun per Luigi XIV, con le giacche tempestate d’oro e cristalli di rocca della «collezione Versailles» del 1990. Il d’Orsay si immerge nell’universo di Proust e della sua Ricerca, che YSL lesse e rilesse, una passione che lo stilista tradusse in romantici abiti di satin avorio creati per il Bal Proust dei baroni de Rothschild nel 1971. [Luana De Micco]

© Riproduzione riservata a giacca «Hommage à Pablo Picasso» (1979), ispirata al dipinto «Ritratto di Nusch Éluard» (1937) © Yves Saint Laurent © Nicolas Mathéus © Succession Picasso - Gestion droits d’auteur Eluard Nusch (1906-46). © RMN-Grand Palais (Musée national Picasso-Paris)/Adrien Didierjean L’abito «Hommage à Piet Mondrian» (1965) © Yves Saint Laurent © Nicolas Mathéus Giorgina Siviero. Foto di Daniela Foresto
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