L'Avvento nell'arte italiana | 7 dic

Un ritratto nella Basilica di Sant'Ambrogio a Milano

Marco Riccòmini |

«Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così», i capelli a zero e la barba corta da carcerato, una coperta sulle spalle come chi ha passato la notte sotto un ponte, oggi uno così alla stazione Centrale lo fermerebbero per un controllo. «Treviri?» chiede l’appuntato; «che è, Terni?»; «No», risponde Ambrogio, paziente, abituato a quei fermi di polizia: «è in Cermania» (l’accento non lo avrebbe mai perso del tutto). «Ah, straniero! Ha l’autocertificazione?».

Vagli a spiegare che, per volere di Valentiniano (bontà sua), era stato per quattro anni governatore della provincia Aemilia et Liguria, ossia anche della Lombardia, e che da poco, e precisamente dal 7 dicembre (del 374), era stato investito «a furor di popolo» della carica di vescovo di Milano. Insomma, stava andando a prendere servizio, e ci andava com’era solito fare, ossia abbigliato come una delle pecore del suo gregge. Un gregge fatto di ultimi, di diseredati, «un po’ randagi ... macaia, scimmia di luce e di follia, foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia».

«Ambrosius» si legge in uno storto stampatello alle spalle del suo ritratto a figura intera sulla parete di mosaico del sacello paleocristiano di San Vittore in Ciel d’Oro a Milano. «Ambrosius», dolce come il miele pensereste ma, in realtà, viene dal greco «ambrosios» che sta per «divino» o «immortale». Dopotutto, se stiamo ancora qui a parlarne dopo mille e seicento anni anni tondi tondi forse quel nome era davvero azzeccato.

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