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L'Avvento nell'arte italiana | 4 dic

La «Santa Barbara» del Sassoferrato

Giovanni Battista Salvi detto il Sassoferrato, «Santa Barbara» (particolare). Perugia, San Pietro

Guarda lontano con aria angelica mentre abbraccia un torrione guarnito di merli, quasi fosse un barattolo pieno di caramelle. Invece, al posto dei dolciumi, lì dentro stan razzi e petardi. «Per mille spingarde!», esclamerebbe a questo punto un bucaniere. Volete dire che quel modellino che la santa accarezza così teneramente nella tela di Giovanni Battista Salvi, detto il Sassoferrato (Sassoferrato 1609-Roma 1685) è, forse, una polveriera? Proprio così.

Santa Barbara benedeta liberème de sta saeta, si diceva in Veneto, affidandosi al buon cuore della patrona degli artiglieri, degli artificieri e dei marinai della marina militare, perché tenesse lontani i guai sotto forma di esplosivi, inclusi i fulmini, anche quelli più temibili di tutti che sono quelli «a ciel sereno».

La tradizione pare che derivi dall’usanza di tenere appeso un santino con l’effige della santa, da sempre protettrice dal pericolo del fuoco e dei fulmini, all’entrata delle polveriere o nei magazzini adibiti allo stoccaggio degli esplosivi i quali, col tempo, hanno finito col prenderne il nome, ossia: «santebarbare».

Si dice «trovarsi in una santabarbara» per dire che si sta correndo un grosso rischio. Rischio che, a ben pensare, ha corso anche il pittore marchigiano (Sassoferrato sta nell’entroterra di Ancona) nell’imitare la levigatezza di certi quadri cinquecenteschi, facendolo sembrare così ai posteri «arretrato»; oggi diremmo démodé.

Marco Riccòmini, edizione online, 4 dicembre 2020

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