L'Avvento nell'arte italiana | 30 nov

L’albero di Jesse nel Duomo di Monza

Marco Riccòmini |  | Monza

Da medici condotti, vi sarà capitato d’esser chiamati nel cuore della notte a casa del conte X. «Entri, la prego, Dottore», mentre il domestico fa strada illuminando il corridoio con un candelabro a quattro braccia. E, tra l’oscurità e guizzi di luce, vi sarà cascato l’occhio su quella tela dove vi era parso di vedere un albero di Natale.

Il giorno dopo, col paziente rimesso – «cosa vuole, Dottore, una volta digerivo anche i sassi, ma adesso...», «...adesso potrebbe essere saggio limitare il consumo notturno di cassöla, conte» – vi sarete accorti che non erano palle di Natale ma cartigli coi nomi degli avi e che quello era un albero genealogico e non uno addobbato a festa. Serve averlo sotto gli occhi per mandare a mente incroci e matrimoni.

Così, quando vi parlano di Bianca, ricorderete che era figlia di Amedeo e che andò in sposa a Giberto, detto «Gibi», e così via. A un siffatto albero avrà pensato anche Isaia (Is. 11, 1-2), quando profetizzò che «lo spirito del Signore» si sarebbe posato «sul germoglio che spunterà dal tronco di Iesse» («per la barba del Profeta!», qualcuno avrà esclamato alla sua trovata).

Così, l’albero cui Jesse tendeva la sua pargoletta mano diventa quello sul quale Cristo trova la sua fine terrena, ma dai cui rami germogliano i Profeti, o almeno così lo immaginarono nel Duomo di Monza Giuseppe Meda e quel pirotecnico inventore di «Teste composte» che fu Giuseppe Arcimboldo.

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