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L'Avvento nell'arte italiana | 23 dic

Il Sacro Monte di Varallo

Particolare di una delle cappelle al Sacro Monte di Varallo

Nel 1481 il frate francescano milanese Bernardino Caimi, di ritorno dalla Terrasanta, pensò di costruire sul monte di Varallo Sesia una «Nuova Gerusalemme», riproducendo i luoghi di Terrasanta verso i quali era assai difficile e pericoloso recarsi in pellegrinaggio. Si proponeva anche, secondo l’ottica della spiritualità francescana, di far vedere in modo tangibile, le storie della vita di Gesù, affinché i fedeli potessero accrescere la loro devozione. Amico del duca Ludovico il Moro, che lo stimava, fra’ Bernardino ottenne nel 1486 i primi permessi e le prime donazioni necessarie per dare il via ai lavori.

All’inizio fu avviata l’edificazione della chiesa di Santa Maria delle Grazie con l’adiacente convento francescano; nel 1591 erano già costruite anche le cappelle del Santo Sepolcro, dell'Ascensione e della Deposizione. Bernardino Caimi morì nel 1498-99, tuttavia il programma di edificazione del Sacro Monte non si arrestò. A partire dal 1500 le prime cappelle (Nazareth, Betlemme, Calvario, Santo Sepolcro) vennero comprese in un più articolato e vasto progetto, voluto da Carlo Borromeo; il santo cardinale, che a Varallo fu di casa (si recò al Sacro Monte ben quattro volte in pellegrinaggio), comprese infatti la necessità di sviluppare una completa storia di Cristo attraverso immagini e sculture.

Il Sacro Monte di Varallo crescerà nel corso del tempo fino a contare 45 cappelle con 800 statue. Di fronte alla riforma luterana, che negava il valore delle immagini, le Alpi si ricoprirono, poi, ad imitazione di Varallo, di una catena di sacri monti, posti ai confini dell’Italia come baluardo cattolico.

All’inizio del Cinquecento e fino al 1528 fu chiamato a lavorare il grande pittore, scultore ed architetto valsesiano Gaudenzio Ferrari. L’artista progettò diverse cappelle, modellò personalmente delle statue in terracotta e dipinse in alcune cappelle stupendi affreschi a sfondo di scene sacre. Il consenso religioso verso il Sacro Monte crebbe con la devozione dei duchi di Milano e di Savoia e delle grandi famiglie piemontesi e lombarde.

Molti furono gli artisti che vi lavorarono: da Giulio Cesare Luini e Fermo Stella da Caravaggio, a Giacomo Paracca di Valsolda, ai fratelli Della Rovere detti i Fiammenghini. Verso fine Cinquecento i lavori proseguirono sotto la direzione dell’architetto Galeazzo Alessi, che creò una successione cronologica delle cappelle. Anche durante il Seicento grandi artisti furono attivi per il Monte e fra tutti ricordiamo il Morazzone e Tanzio da Varallo.

Il pellegrinaggio, allora come oggi, costituisce una lieta fatica continuamente attraversata da momenti di stupore per la grandiosità coreografica di alcune cappelle con centinaia di statue tutte colorate e vestite e con capelli veri in capo per renderle più verosimili, affreschi magnifici e una natura incontaminata tutt’intorno.

Fra le più poetiche che si possano ricordare, l’«Adorazione dei pastori» di Varallo occupa un posto di assoluto riguardo, sia per l’aderenza dell’ambientazione al racconto evangelico, sia per lo spirito veramente natalizio che la anima. Gaudenzio Ferrari realizzò in terracotta fra 1515 e 1517 le statue della Madonna, di san Giuseppe e del Bambino (oggi sostituita, dopo un furto settecentesco). Nel 1617 furono aggiunti l’asino, il bue e i due pastori centrali. I pastori vicino alla cancellata e gli angeli musicanti fecero il loro ingresso nella grotta tra il 1617 e il 1628 al fine di trasformare la scena da raffigurazione della «Nascita di Gesù» in «Adorazione dei pastori». In seguito vennero le glorie di angeli seicenteschi in legno, mentre gli affreschi sono di fine Ottocento.

Il vangelo di Luca (2,1-20) narra che, dopo l’annuncio degli angeli ai pastori, questi si recarono a Betlemme «senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro». Maria, che li attendeva, mostra loro volentieri, e quasi offre il piccolo Gesù adagiato sulla paglia. I pastori, protagonisti della scena, sono dei veri pastori valsesiani, miseri, malconci. Qualcuno mostra evidenti sintomi di quella grave malattia che fu la sindrome da deficit congenito di iodio, che nel passato era endemica nelle nostre zone montane.

Tutti hanno l’odore delle pecore addosso e tutti fanno anche una certa fatica a capire cosa capita, ma sono anime semplici e credono agli angeli che hanno loro parlato e non ai potenti della terra. È questa la vera poesia della scena, il profondo significato di questa grotta così autentica da illuderci di essere a Betlemme a vedere anche noi come e dove nacque il Signore del mondo: Dio fatto uomo non si è rivelato ai sapienti e agli intelligenti, ma ai piccoli e agli umili, a quei pastori di montagna abituati ad osservare le stelle di notte e che videro scendere dal cielo i luminosi ambasciatori della redenzione.

Arabella Cifani, edizione online, 23 dicembre 2020

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  • Particolare di una delle cappelle al Sacro Monte di Varallo
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