L’attivismo femminista di Andrea Bowers

Alla Gam di Milano la quarta delle «Furla Series» è la prima personale italiana dell’artista americana

«Fight Like a Girl» (2021), di Andrea Bowers. © Andrea Bowers. Cortesia dell’artista e di Capitain Petzel, Berlino. Foto Jeff McLane
Ada Masoero |  | Milano

L’esordio fortunato dello scorso anno, con la personale di Nairy Baghramian, ha propiziato un accordo di collaborazione pluriennale tra la Fondazione Furla e la Gam-Galleria d’Arte Moderna di Milano, che d’ora in poi sarà la sede delle «Furla Series», i progetti espositivi annuali che dal 2017 vedono la Fondazione lavorare con istituzioni pubbliche per promuovere l’arte femminile.

Quest’anno, dal 15 settembre al 18 dicembre, negli spazi del museo milanese va in scena «Furla Series 4. Andrea Bowers. Moving in Space without Asking Permission», a cura di Bruna Roccasalva, prima personale istituzionale in Italia dell’artista e attivista nata nel 1965 in Ohio ma con base a Los Angeles.

Il nucleo della sua ricerca è costituito dai temi del femminismo e dell’autonomia corporea, letti tuttavia anche attraverso la lente della storia. Per comunicarli, muovendosi nella terra di confine tra pratica artistica e impegno sociale e politico sui fronti di femminismo, immigrazione, diritti dei lavoratori e lotta contro i cambiamenti climatici, Bowers si serve di media diversi (disegni, video, installazioni al neon, sculture e altro).

In mostra, tra gli altri, «Goddes (Power of the Common Public)», inquietante installazione del 2016, fatta di piume e nastri, alta oltre 2 metri e mezzo; il lavoro luminoso a parete «Fight Like a Girl», 2021, con la gatta che inarca la schiena, minacciosa; i «Feminist Fans», del 2018; il violento acrilico su cartone «Sisters Be Strong», 2013, e, all’opposto, la poetica, recentissima installazione luminosa «Living Democracy Grows Like a Tree (Quote by Vandana Shiva)», 2022.

© Riproduzione riservata «Sisters Be Strong» (2013), di Andrea Bowers. Cortesia dell’artista e di kaufmann repetto Milano / New York e di collezione privata italiana. Foto Roberto Marossi
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