L’arte va presa in parola

Immagini e scritture da Mazzoleni a Londra

«Tricolore» (1972), di Salvo
Franco Fanelli |  | Londra

Il critico statunitense Harold Rosenberg sosteneva che l’arte contemporanea fosse una sorta di centauro, fatto per metà di immagini e per metà di parole. Si riferiva, in verità, alla gemellarità tra arte e critica, ma la parentela tra arte e parola scritta è una costante, sia pure multiforme, nella produzione del secondo ’900.

Allo stesso modo, il commento didascalico o, nei carmi figurati e nei calligrammi, la trasfigurazione della parola in immagine sono aspetti radicati nella storia dell’arte antica. Ma nel XX secolo, la rivendicazione dell’indipendenza dell’arte dalla schiavitù della narrazione con la celeberrima precisazione «Ceci n’est pas un pipe» apposta da Magritte in un quadro raffigurante una pipa, ha la stessa importanza dell’elogio della tautologia pronunciato da Joseph Kosuth.

Il Concettualismo fu un alveo di grande fecondità della liaison arte-parola, tema di una bella
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