L’arte urbana nell’era digitale

Nel Grand Palais Immersif una mostra incentrata sulla produzione legale, illegale e spontanea, di street artist di tutto il mondo

«Perception» (Cairo, 2016), di El Seed. © El Seed Studio e Adagp, Paris, 2023
Luana De Micco |  | Parigi

«Tra tutti i media, il muro è sicuramente il più ricco di “immagini latenti”, di “metafore visive”», diceva Brassaï nel 1961. Già nel 1933, il fotografo franco-ungherese, maestro del bianco e nero, aveva pubblicato «Du mur des cavernes au mur d’usine» («Dal muro delle caverne al muro delle fabbriche»), il primo dei suoi diversi articoli sul Graffitismo, usciti nella rivista «Minotaure», in cui stabiliva un parallelo fra l’arte parietale dei nostri antenati e i disegni incisi sui muri di Parigi. Il Graffitismo allora nascente si impose più tardi negli Stati Uniti, a partire da Filadelfia, alla fine degli anni Sessanta, e poi nelle strade di New York. Nel 1971 il «New York Times» pubblicava il primo articolo sul writer Taki 1873.

Il Grand Palais Immersif, centro d’arte digitale con sede nel palazzo dell’Opéra Bastille, propone, dal 6 dicembre 2023 al 21 luglio 2024, una mostra che traccia una moderna storia dell’arte urbana alla luce dell’impatto che le nuove tecnologie di produzione, fino all’uso dei droni per la realizzazione di monumentali murali, e la diffusione digitale, in particolare attraverso i social network, hanno avuto sul lavoro degli artisti di strada. La Street art ha fatto della strada un luogo privilegiato e senza confini di espressione artistica.

Oggi le opere di artisti come Keith Haring, Jean-Michel Basquiat, o più di recente Banksy hanno raggiunto quotazioni altissime sul mercato dell’arte, vendute a milioni di dollari nelle aste di tutto il mondo. La mostra «Loading. L’arte urbana all’era digitale», ha spiegato il curatore Christian Omodeo, storico dell’arte, «è la prima a mettere le tecnologie immersive al servizio dell’arte urbana, allo scopo di pensare e produrre modelli espositivi alternativi. Non a caso la produzione realizzata in atelier di un numero limitato di street artists, che hanno integrato i circuiti ufficiali dell’arte contemporanea, non è stata presa in considerazione per questo progetto. Oggi le nuove tecnologie permettono di fare ciò che era inimmaginabile fino a qualche anno fa: una mostra d’arte urbana incentrata unicamente sulla produzione, legale, illegale e spontanea, di artisti per le strade di tutto il mondo».
«Quel temps fera-t-il demain» (Parigi, 2019), di Ella & Pitr. © Ella&Pitr e Adagp, Paris, 2023. Foto: Ludovic Delage
Sui monitor giganti del Grand Palais Immersif scorrono a 360 gradi le immagini ad altissima definizione di opere scalfite nella pietra o affrescate sui muri di tutto il mondo. C’è la nonnina di Ella & Pitr, comparsa nel 2019 sul tetto di un padiglione espositivo della Porte de Versailles di Parigi, di 25mila metri quadrati e che, vista dall’alto, sembra contare pensosa le auto che passano sul raccordo stradale della città. Il titolo dell’opera è «Quel temps fera-t-il demain». C’è il progetto «Perception» (2016) di Ed Seed, un’anamorfosi gigante che copre più di 50 edifici di Manshiet Nasser, la più grande baraccopoli del Cairo. Altri artisti rappresentati sono Edward Nightingale, il collettivo 1UP o ancora Snik. La mostra sottolinea l’emergere, da una quindicina di anni a questa parte, di una scena femminile della Street art, con Mick La Rock, Lady K, Laia. Di Jazoo Yang, artista coreana basata a Berlino, è il poetico progetto partecipativo «Dots» (2015), in cui, con l’aiuto di 250 persone, ha ricoperto di impronte di pollice rosse i muri di una casa di pescatori, destinata alla demolizione, nella città coreana di Busan. Di Kashink, artista francese militante della diversità e delle minorità, sono i personaggi colorati e irriverenti che compaiono nelle strade di Parigi e della sua banlieue.

© Riproduzione riservata «La grande odalisque» (Parigi), di Kashink. © Charles Devoyer
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