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L’arte salva i bilanci?

Il bisogno di un censimento che tracci definitivamente un’anagrafe dei beni culturali, artistici, archeologici e monumentali del nostro Paese

Il falso torso loricato di Porfido Rosso Imperiale della Banca Unicredit a Bologna

Non ho mai capito perché nessuno dei tanti Governi passati o dei famosi ministri e megadirettori del Mibact, di uomini di cultura o intellettuali degli ultimi sessant’anni, sia riuscito a organizzare una cosa di cui l’Italia e il nostro «petrolio» (cioè il nostro patrimonio culturale) avrebbe tanto bisogno: un censimento con declaratoria obbligata (come fu per le armi, per le pellicce o per gli animali esotici e pelli varie) che tracci definitivamente un’anagrafe dei beni culturali, artistici, archeologici e monumentali del nostro Paese.

Pima quelli pubblici e poi quelli privati. Forse se nessuno finora ha realizzato un progetto del genere, vuol dire che conviene a tutti (o comunque a molti) che le cose restino così come sono. Senza rendersi conto della perdita di valore che il Paese subisce, non conoscendo il vero numero e valore dei propri beni (soprattutto) pubblici ma anche privati, e che così lasciando le cose il nostro patrimonio artistico andrà disperso, mal gestito e malamente conservato e studiato. A chi giova lasciare le cose così? Pensiamo a quale grande cifra potremmo aggiornare il valore demaniale del nostro Paese.

Ci sono Stati come la Germania che mettono nel Bilancio nazionale anche le rotaie e le traversine delle loro linee ferroviarie! Non riesco neanche a immaginare quanto lavoro potrebbe dare una ricognizione nazionale di tutti i beni culturali pubblici, nei musei, nei depositi, dei privati, delle fondazioni, delle banche ecc. Potrebbero lavorare per anni migliaia di giovani laureati, il Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, storici dell’arte di tutti i settori, impiegati pubblici ecc.

Pensate l’assurdità: sembra che il patrimonio pubblico culturale italiano censito e messo a bilancio come stima patrimoniale dei «Beni demaniali indisponibili» del Paese sia formato per più del 60% da beni archivistici.

Mi volete far credere che sul territorio nazionale ci siano (di valore, non solo di numero) più beni pubblici di tipo archivistico (cioè libri, manoscritti, documenti ecc.) che non quadri, sculture, reperti archeologici, siti archeologici, musei o palazzi storici? «Ma mi faccia il piacere!», direbbe Totò. Mi sembra una cosa assurda e impossibile!

Credo che ciò dipenda appunto dal fatto che gli unici beni culturali veramente censiti siano quelli archivistici e dunque essi rappresentino il corpo più importante a emergere nei dati nazionali. Di tutti gli altri beni non sappiamo e non vogliamo sapere nulla? Comunque sta di fatto che non conosciamo il patrimonio pubblico o privato esistente, nella sua quantità né qualità. Tanto meno sappiamo del patrimonio artistico privato nei caveau delle banche o acquistato dagli istituti stessi, come investimento o bene rifugio.

Non solo i beni artistici delle fondazioni bancarie possono venire portati in bilancio a cifre molto più alte del reale ma il loro valore può invece essere nullo perché queste sono false. Con l’eccezione di Banca Intesa Sanpaolo che ha messo in bilancio tutta la propria collezione a valore aggiornato di mercato dopo ogni verifica di autenticità, nessuno negli anni ha mai controllato l’elenco dei beni, che viene trasmesso silenziosamente di anno in anno, aggiornando ciecamente e gonfiando il valore dichiarato delle opere conservate nei caveau.

È il caso del torso loricato di Porfido Rosso Imperiale (nella foto in alto) della Banca Unicredit a Bologna, acquistato dalla Banca di Roma nel 1975 come capolavoro dell’arte romana e pagato moltissimo ma, ahinoi, completamente falso! Oppure è il caso di un dipinto conservato nella sede centrale di Banca d’Italia a Palazzo Koch, in via Nazionale a Roma, portato in bilancio e inventariato come «autentico capolavoro» di Piero della Francesca, appartenuto al collezionista Riccardo Gualino, anch’esso un falso clamoroso (cfr. A.G. De Marchi in Falsi Primitivi, Allemandi, 2001). Perché non riusciamo a gestire e valorizzare il nostro enorme patrimonio culturale? Proviamoci e scopriremo che davvero l’arte potrebbe salvare non solo l’uomo ma anche i bilanci!


Per info o per segnalazioni: bufalearcheologiche@gmail.com

Dario Del Bufalo, da Il Giornale dell'Arte numero 414, febbraio 2021

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  • Il falso Piero della Francesca conservato nella sede centrale di Banca d’Italia a Palazzo Koch a Roma
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