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LIBRI

L’arte è rimasta senza arte

La tecnologia ne ha cambiato l’identità nella realtà «analogicodigitale»

Raffaele Gavarro. Foto: Giovanni De Angelis

Troppe settimane di arte senza accedere all’arte, in un appiattimento inesorabile frutto di una sovraesposizione digitale fatta di ore passate a scorrere capolavori e croste, per non perdere le occasioni di guardare comunque. Sfiniti dall’offerta mediatica, ma soprattutto messi a dura prova dalle narcisistiche interpretazioni dei monologhi critici, abbiamo ormai visto e ascoltato troppo.

L’ultimo saggio di Raffaele Gavarro era già uscito a gennaio di quest’anno, quando nemmeno i romanzi più distopici avrebbero prefigurato questo periodo di totale sostituzione dell’analogico con il digitale, nella fruizione delle arti visive. Non di emergenza, dunque, si parla in queste pagine, ma di un cambiamento già avvenuto, in maniera più ampia e stabilizzata, nella definizione dell’identità dell’arte.

L’autore propone riflessioni sui mutamenti nella realtà «analogicodigitale», neologismo eloquente per superare la frattura tra due dimensioni un tempo contrapposte e ora solidamente saldate. Obiettivo del libro è chiedersi cosa sia davvero accaduto all’arte, da quando la tecnologia digitale ha assunto tanto spazio nelle nostre vite da assumere quest’influenza pervasiva capace di introdursi come una rivoluzione nel nostro vissuto analogico.

Il tema si declina attraverso paradigmi teorici sui concetti fondamentali quali quelli di spazio, tempo, realtà, supportati da riferimenti a mostre e opere selezionate. Offrendo al lettore una descrizione di progetti intellegibili ed eterogenei, l’autore compensa l’assenza di illustrazioni nel testo, scelta peraltro giustificabile data la scarsa efficacia della restituzione fotografica rispetto a fenomeni (performance, installazioni, video, eventi) in cui la componente delle nuove tecnologie è strutturale.

Così, ad esempio, comprendiamo come la modalità meme sia fondamentale per un’immagine che aspiri a una diffusione efficace, soprattutto se intrecciata a un fondamento mitologico, ovvero alla costruzione di un’aura di straordinarietà ma anche di classicità nellopera darte. Un’opera che è tale se si propone come interlocutrice nel proprio tempo, per esserne parte e per conoscerlo, fornendoci nuova visione; uno status dell’arte che entra in gioco con gli stessi strumenti della vita, in risposta a un’istanza etica di comprensione del mondo sempre più avvertita come imprescindibile.

Se, dunque, non sarà la condivisione di un’estetica a farci riconoscere il ruolo dell’arte nel momento attuale, sarà la sua evidenza politica, la sua incisività sociale, nel porsi come forma d’indagine facilmente veicolabile, a farcene riconoscere l’importanza. L’arte senza l’arte è, in fondo, la constatazione di un nuovo sistema, una ridefinizione attraverso la quale l’autore non allude alla mancanza fisica dellarte, ma intende indicare la cesura con larte del passato, ancorata a un’idea più o meno convenzionale di bello.

L’arte senza l’arte. Mutamenti nella realtà analogicodigitale, di Raffaele Gavarro, 128 pp., Maretti, Imola 2020, € 18

Valeria Tassinari, da Il Giornale dell'Arte numero 411, ottobre 2020

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