L'arte pubblica a Milano sarà leggera e antimonumentale

Marina Pugliese, nuova responsabile dell’ufficio comunale Arte negli Spazi Pubblici, vuole «semplificare e razionalizzare le pratiche dell’arte pubblica» e «ottenere una dotazione stabile di fondi». «Non facile»

Marina Pugliese (la prima da destra) insieme al suo staff
Ada Masoero |  | Milano

Mai come durante il lockdown gli spazi pubblici all’aperto hanno acquisito centralità nella vita urbana. Su questo fronte Milano si è mossa per tempo: come spiega a «Il Giornale dell’Arte» Marina Pugliese, responsabile dell’ufficio Arte negli Spazi Pubblici della Direzione Cultura del Comune di Milano, «già nella primavera del 2020 è stata lanciata la call “Milano 2020-Strategia di adattamento”, in cui, durante il Covid-19, si chiedevano ai cittadini suggerimenti su mobilità, ambiente, impresa, urbanistica. E dalle quasi 3mila proposte ricevute è emerso che i milanesi vogliono più cultura negli spazi pubblici: interventi artistici, affissioni d’arte, grafiche a terra, piccoli palchi nei giardini destinati a performance e altro».

Istituito nell’aprile 2020 da Marco Minoja, direttore centrale Cultura e affidato subito dopo a Marina Pugliese, già direttrice del Museo del Novecento di Milano, poi attiva tra San Francisco e Milano, da sempre attenta al sociale, l’ufficio Arte negli Spazi Pubblici ha l’obiettivo di «semplificare e razionalizzare le pratiche dell’arte pubblica da una parte, e dall’altra di ottenere una dotazione stabile di fondi, inserendo la progettazione artistica in seno alla progettazione urbana. Un compito non facile, per le innumerevoli sovrapposizioni degli uffici che sinora, a Milano, ne avevano competenza, dalla Cultura alla Mobilità, dall’Arredo urbano al Verde.

Tanto che, continua Pugliese, per mesi e mesi non ho fatto che studiare il complicato status quo milanese comparandolo con analoghe esperienze internazionali. Dopo sei mesi da sola, oggi ho al mio fianco uno staff contenuto ma validissimo con due curatori, Alessandro Oldani per le arti plastiche e Alice Cosmai per il muralismo, con cui stiamo mettendo ordine nell’intrico delle procedure autorizzative. Abbiamo concluso il vademecum per i murali, ora stiamo lavorando (ed è molto più complesso) sul monumentale.

Inoltre, con l’Università Statale, documentiamo e cataloghiamo il patrimonio esistente, per poterlo conservare e tutelare. Poi c’è, ovviamente, la parte propositiva: Milano è la prima città al mondo i cui quartieri (9 sinora, Ndr), grazie al progetto “Un nome in ogni quartiere”, ideato da Milano&Partners, abbiano grandi murali con il loro nome scritto con elementi identitari, studiati con Naba (con il supporto di Fondazione di Comunità Milano, Ndr) e talora realizzati con gli abitanti stessi, come, di recente, a Baggio».

Murali dunque, ma non solo. E non solo per l’effetto Banksy: «L’era del “monumento”, sia pure con eccezioni (come il "Dito” di Cattelan), si sta a mio parere esaurendo, chiosa Pugliese. Bisogna pensare forme diverse di celebrazione e ripensare il concetto stesso di memoria collettiva. I monumenti sono stati le forme istituzionali di rappresentazione del potere, mentre il muralismo è stata la risposta delle comunità sottorappresentate. Stiamo lavorando su un’idea di arte pubblica nuova, più leggera e antimonumentale (sono in patricolare le artiste ad aver lavorato prevalentemente sul concetto di anti-monumentalità). Il primo caso sarà un itinerario ciclopedonale in via Domenichino, a cura di Francesca Picchi, con sedute di design, storico e contemporaneo. Quindi realizzeremo in piazzale Brescia un parco ricreativo, curato da Anna Daneri e Carlo Antonelli, con opere funzionali progettate da artisti».

Molti i nodi da sciogliere: riguardo all’arte pubblica non esistono, infatti, linee-guida condivise, né un organismo qual è Icom per i musei. Dunque, non solo le procedure sono lasciate alle singole amministrazioni ma, puntualizza Pugliese, «perdura un meccanismo distorto per il quale, a Milano, le opere d’arte pubblica sono in grande maggioranza donazioni di privati che, identificato il luogo e l’opera e presentato un render, devono solo attendere il responso della Commissione monumenti. A loro spetteranno poi le spese di manutenzione per i primi vent’anni (in seguito al Comune, proprietario del bene).

Il mio sogno è che una parte degli oneri di urbanizzazione sia destinata all’arte pubblica e che in futuro s’inverta il processo, ovvero che sia l’ente pubblico, anche in accordo con i privati, a proporre nuove opere e non viceversa. Intanto, per rinnovare le procedure, è stato avviato un confronto con le amministrazioni di altre città come Torino, Bologna, Roma, Firenze, Monaco di Baviera, Londra, New York e San Francisco».

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Ada Masoero