L’arte italiana è un brand che non sappiamo gestire

Il segretario della Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze Fabrizio Moretti spiega le ragioni del rinvio al prossimo anno

Fabrizio Moretti
Alessandro Allemandi |

Se il mondo dell’arte contemporanea sembra sul punto di ripartire perché finalmente, dopo gli inevitabili rinvii causati dal Covid-19, a settembre si svolgono le tanto attese fiere miart dal 17 al 19 e Art Basel dal 24 al 26, quello antiquariale dovrà invece attendere ancora un anno perché l’appuntamento con la 32ma edizione della Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze (Biaf) è stato definitivamente rinviato dal 24 settembre al 2 ottobre 2022. Abbiamo intervistato l’antiquario Fabrizio Moretti (Prato, 1976), che dal 2014 ne è il segretario generale.

Come hanno accolto gli antiquari il rinvio al 2022 della Biennale di Firenze?
Sul momento è stato accolto con un po’ di stupore perché tutti speravano che alla fine la Biennale ci sarebbe stata, anche perché, in mancanza di manifestazioni internazionali, sarebbe stata un’occasione importante. Però credo che tutti, in primis il comitato della Biaf, abbiano sostenuto la mia scelta, perché la salute delle persone e la sicurezza sono più importanti del mercato dell’arte. Spostare la Biennale all’anno prossimo è stata una scelta giusta, se non l’avessi fatta oggi starei tremando.

Avete previsto alternative durante questa sospensione?
No, perché non sono un grande sostenitore dell’online. È stato fondamentale durante il primo lockdown, quando le persone si sono appassionate e hanno un po’ ingannato il tempo navigando in rete. Credo però che per quanto riguarda l’arte antica, ma anche l’arte moderna di livello, le opere vadano viste e toccate. L’online può servire per incuriosire, ma è il rapporto con l’opera d’arte che fa la differenza.

Che cosa progetta per l’edizione 2022?
Noi portiamo avanti un progetto, ossia sostenere la grande arte italiana, farla conoscere, avere il primato internazionale per essere la prima e l’unica in questo settore. Faremo qualcosa con l’arte contemporanea, come ho già fatto nella prima edizione del 2015, invitando Jeff Koons. Le iniziative collaterali di carattere culturale continueranno a far parte del progetto Biennale, come la Florence Art Week e le notti bianche, per coinvolgere non solamente il mondo antiquariale, ma anche il mondo della moda, dell’artigianato, degli hotel e per accogliere a Firenze un pubblico nazionale ma soprattutto, mi auguro, internazionale.

Ripeterà l’accostamento dell’arte contemporanea all’arte antica?
L’idea è sempre di portare un grande artista e contaminare la Biennale, che è già contaminata dai mercanti che espongono arte moderna ma hanno un limite al 1990. Io credo in un’arte a 360 gradi, ma non voglio perdere il primato di mostra di arte antica dell’arte italiana. Dev’essere riconosciuta per questo, altrimenti si creano confusioni.

I tempi sono giusti per rivalutare questo primato dell’arte italiana?
L’arte italiana e il made in Italy sono un brand che noi italiani non sappiamo gestire bene. La Biennale ha questo brand, e io lo porto avanti. Credo che l’arte italiana, guardandola in maniera veramente oggettiva, senza i paletti dello studioso, dell’appassionato o del mercante, sia la migliore in assoluto. Ci sarà un ritorno all’antico in futuro e spero che le nuove generazioni capiscano che ciò che non è riproducibile, ma è unico, bello e di qualità, sia un prodotto da portare a casa. Questo è un momento storico particolare per tutti, stiamo attraversando gli anni più brutti degli ultimi due secoli, e proprio da un punto di vista culturale l’uomo non è mai sceso così in basso. Però ho fiducia che il tempo farà riemergere quell’amore per l’antico che ora manca.

Quali conseguenze la pandemia ha causato riscontra nel mercato dellarte antica?
La pandemia è stato un colpo basso per tutti i settori. Per il mondo dell’arte è stata una botta molto forte perché l’arte è socialità, è viaggiare, è vedere. L’arte è un bisogno per la mente, e il fatto che le mostre non si siano potute svolgere ci ha privati di occasioni per uno scambio intellettuale e poi commerciale: tutta la categoria ne ha risentito drasticamente. Lo stato di salute del mercato dell’arte antica in Italia non è dei migliori, perché abbiamo una categoria di mercanti un po’ anziana e manca una buona linfa vitale che la sostituisca. Questo sta accadendo anche con i collezionisti. La mia speranza è a lungo termine: che la generazione degli attuali ventenni, tra vent’anni, abbia voglia di tornare all’antico. Ciò che sta accadendo adesso in Italia è veramente triste, per la storia e per il passato che ci ha visto protagonisti. La pandemia ha dato il colpo di grazia alla categoria dei mercanti d’arte.

Anche nel mondo?
È la stessa cosa, è un discorso globale, non italiano.

E nella sua attività privata?
La mia attività personale è molto discreta, mi ritengo un mercante privato, non un mercante pubblico. Ho smesso di fare manifestazioni internazionali per scelta personale, non so se giusta, di qualità nella mia vita. Non perché io non creda nelle fiere ma perché mi annoia andarci e non mi piace troppo il contatto con la massa. Quindi preferisco fare le mie operazioni come mercante privato, ma il mio mondo, ribadisco, è molto discreto e quindi non faccio testo.

Che percezione ha dei colleghi mercanti d’arte?
Alcuni colleghi sono molto bravi, molto forti, hanno approvazione online e allo tempo stesso in galleria, credono nei progetti e cercano, è un gioco di parole, di educare un mondo da educare. Ma sono pochi, oggi non c’è più la qualità del mercante d’arte di vent’anni fa. I miei coetanei, rispetto alla categoria passata, sono di seconda scelta. Non vedo nessun grande mercante all’orizzonte che può fare la storia come l’hanno fatta Jean-Luc Baroni, Richard Feigen, Richard Knight, Robert Noortman.

Oggi non c’è nessuno di quel livello?
Mancano i personaggi che creano clienti e creano mercato, perché è tutto correlato. In più, c’è la sfortuna che il momento storico non è favorevole.

Il trasferimento della sua galleria da Londra a Montecarlo ha cambiato la sua attività?
È stata una scelta di vita positiva. Inoltre mi occupo anche di altre attività, non faccio solo il mercante d’arte. Montecarlo è una città difficile per il mercato dell’arte: nonostante molti collezionisti ci abitino non sanno che c’è un mercato dove si può acquistare. Negli ultimi due anni però, con Art Monte Carlo Fair e qualche galleria veramente importante come Hauser & Wirth e Sotheby’s, che hanno aperto un negozio, ho la percezione che la città si stia sensibilizzando. Ricordiamoci che sono un mercante di arte antica, un bene per pochi sofisticati.

Opera in altri ambiti?
Ho qualche interesse nel mercato immobiliare, nella biotecnologia e nel cinema. Però il mio principale core business e grande passione rimane sempre l’arte.

Agisce come progettista o come investitore?
Come investitore. Mi ritengo un imprenditore, ho dentro di me la figura di Francesco Datini, il primo mercante del Quattrocento nato e cresciuto a Prato, dove io sono nato. Se c’è un’opportunità e mi piace, non me la lascio scappare. Guardo il mondo e l’arte a 360 gradi, collezionando sia l’antico sia il contemporaneo. Non mi precludo niente.

Lei è un mercante-collezionista: ha fatto acquisti anche durante la pandemia?
Sono sempre attivo. Ho comprato diverse opere che esporrò nella prossima apertura della galleria di Londra, pandemia e Brexit permettendo, e poi a Frieze Masters nello stand di Hauser & Wirth, in questo caso nel mondo del contemporaneo. A Frieze Masters invece, nello stand di Hauser & Wirth metterò alcuni quadri antichi, come tutti gli anni. Questa contaminazione di antico e contemporaneo è un gioco sofisticato di corrispondenze.

Ha particolari predilezioni o interessi?
Nell’arte antica a me piace più che altro l’arte rinascimentale e manierista. Nel contemporaneo sono molto più aperto, mi deve piacere l’opera, che poi studio, andando a ritroso. Cerco di capire l’artista e poi decido se vale o non vale la pena l’acquisto.

Che cosa pensa del fenomeno degli Nft?
È un nuovo modo interessante di trattare l’arte, a cui non sono contrario. Mi sento medievale rispetto agli Nft perché l’arte la voglio vedere e toccare, però so anche che stiamo andando verso un mondo in cui il computer diventerà la cosa più importante, e quindi accetto anche questo tipo di arte. Secondo me avrà una durata nel futuro. Ci vorrà del tempo, ma si creerà un mercato solido. Il fatto di poter comprare un pezzo di un quadro è una forma strana di collezionismo, che non si potrebbe mai fare con l’antico.

Lei comprerebbe un Nft?
No, perché a me piace il tatto, però non escludo un giorno di poterci speculare.

Le motivazioni che spingono ad acquistare gli Nft sono meramente speculative o hanno a che vedere con i meccanismi della raccolta, che fanno parte della natura umana, oggi favoriti dalle fruizioni tecnologiche?
Sono speculative. Gli Nft hanno a che fare con i Bitcoin, però a tanti piace averli perché c’è un procedimento: uno ha un pezzo di un file, però ogni tanto si fa prestare gli altri file e vede l’immagine completa.

In un’intervista su «Il Giornale dell’Arte» del 2015 lei disse: «Io mercante ho venduto l’anima al diavolo, così pensa lo Stato italiano tenendo la mia categoria lontana dai musei». Qual è oggi la sua valutazione di ciò che lo Stato sta facendo per il mondo dell’arte antica?
Sicuramente abbiamo uno Stato più attivo e questo va riconosciuto. Il direttore degli Uffizi ha fatto una campagna di acquisti molto importante per le gallerie fiorentine. Poi, senza ombra di dubbio, credo che la gestione dei beni culturali in Italia possa essere migliorata. Vedo troppe lacune. Qualcuno mi ha detto che l’incasso annuale dei musei italiani equivale al costo di un giorno dell’Esercito italiano. Vorrei che i musei diventassero gratuiti, come nei Paesi anglosassoni, perché l’arte è un bene dell’umanità e non si dovrebbe pagare. È giusto gestire bene i musei per far in modo di creare introiti, ma la cosa più importante è dare alla comunità quello che è della comunità.

Lei ritiene che lo Stato italiano, il Governo, siano disposti a prendere in considerazione questa prospettiva?
No, però ci sono state in questi anni leggi positive come l’ArtBonus, anche se non è stata fatta conoscere ai comuni cittadini e alle industrie. Secondo me l’idea dell’ArtBonus è di portare anche colui che non sa che cosa sia un quadro a dire «investo in questo restauro perché posso avere un vantaggio fiscale». La Kress Collection fu creata così: Samuel Kress cominciò a comprare perché scoprì la defiscalizzazione attraverso l’arte, poi si innamorò dell’arte e diventò il mecenate incredibile che ha formato i più grandi musei d’America, Washington in primis. Il mio sogno è che in Italia nascano tanti piccoli Kress. I musei potrebbero ricevere donazioni e al tempo stesso i privati avere defiscalizzazioni.

Pensa che in Italia abbiamo una legge troppo rigida sull’esportazione?
Non mi sento di esprimermi perché sono a favore del vincolo dei Beni culturali e della tutela, credo nel potere del nostro patrimonio. Credo che ci voglia un dialogo ancora più aperto tra privato e Stato, per creare un clima di serenità e capire quello che può uscire e quello che non può uscire, lavorando tutti in trasparenza e tranquillità.

Lei ha finanziato monografie di storia dell’arte, restauri, sostenuto giovani storici dell’arte. Questi suoi coinvolgimenti proseguiranno?
Sì, l’ho sempre fatto e continuerò a farlo. Penso sia importante sostenere gli storici dell’arte perché sono una categoria completamente spaesata e non protetta.

Quale proposta si sente di presentare per l’Italia?
La proposta, se il ministro della Cultura o chi per lui ha tempo di leggere questo articolo, è di poter trasformare tutta la burocrazia delle esportazioni temporanee in un unico passaporto permanente. Senza entrare nel merito di ciò che debba o non debba uscire, credo che questa sia la cosa più importante per agevolare la fruizione dei beni culturali.

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