L’arte immersiva di Borondo

La nostra relazione con le diverse declinazioni temporali fa da sfondo al percorso installativo allestito dall’artista spagnolo nella milanese Tempesta Gallery

 «Non Plus  Ultra» (Macro, 2018 ) di Gonzalo Borondo and 56 Fili©Giorgio Benn
Francesca Interlenghi |  | Milano

A partire dal 30 novembreTempesta Gallery ospita nei propri spazi il progetto installativo site-specific di Gonzalo Borondo (1989, Segovia, Spagna), che trasforma la centralissima sede milanese di Foro Buonaparte offrendo allo spettatore un’esperienza di arte immersiva in cui pittura, scultura, musica e illuminazione dialogano all’unisono.

Esplorando il concetto polisemico di «Tempo Perso», titolo della mostra, l’artista invita a considerare non solo la natura fugace del tempo, ma anche la nostra relazione con il passato e il futuro, mutuando dall’antica Roma la pratica della «damnatio memoriae». La pena, che nel diritto romano consisteva nella cancellazione di qualsiasi traccia dell’esistenza della persona condannata e che veniva riservata in special modo ai traditori e ai nemici del Senato, diventa qui pretestuosa per una riflessione sulla potenza del ricordo e dell'oblio, sulla capacità della società di modellare la sua stessa storia e sul valore e il peso della memoria nel determinare i criteri di appartenenza dei singoli a una struttura collettiva.

«Attraverso questo corpus di opere - spiega l’artista - cerco di sfidare il concetto tradizionale di monumento e di esplorare le contraddizioni dell'iconoclastia contemporanea. La demolizione di statue e monumenti rappresenta una narrazione storica in evoluzione, una riflessione sulla mutevolezza dei valori e dei modelli nella società moderna. Attraverso la ri-significazione e la reinterpretazione dei materiali e dei concetti artistici, cerco di aprire un dialogo critico sulla storia, sulla memoria e sul rapporto con il nostro tempo, esplorando nuovi modi di vivere insieme e costruire identità collettive».

Noto per i suoi interventi di arte pubblica che si fondono con l'architettura urbana, Borondo ha elaborato una propria cifra stilistica, che combina tradizione rinascimentale con la Street art contemporanea, la cui influenza è una conseguenza dell’aver trascorso molto tempo osservando quel che accadeva intorno a lui mentre si formava a Madrid, all’Universidad Complutense, prima di trasferirsi a Roma. La realtà dei gruppi di graffitisti, attivisti e artisti alternativi, che ha iniziato a frequentare dal 2003, gli ha permesso di sviluppare un solido legame tra la sua pratica e la vita quotidiana, giocando con differenti codici espressivi e muovendosi al di fuori degli schemi convenzionali.

Le opere, visibili sino al 1° marzo 2024, si rivelano lungo il percorso immaginato dall’autore. Alle grandi reti, che di primo acchito attirano l’attenzione del visitatore e che culminano nella monumentale installazione centrale, fanno seguito le immagini vere e proprie, poggiate su piedistalli che fungono da altari per quella che potrebbe un domani diventare la «nostra storia». A enfatizzare l’atmosfera contemplativa, l'illuminazione e il sound design creato appositamente da Francesco Venturino per ciascuno degli ambienti della galleria.

© Riproduzione riservata «Chandelier» (installatione per Matiere Noire, Marsiglia, 2017) di Gonzalo Borondo
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