L'arte extraeuropea è terapeutica

Nel primo semestre 2021 le vendite di arte etnica hanno registrato risultati positivi, in alcuni casi addirittura eccezionali

Maschera delle Isole Mortlock, alta 67 cm, venduta da Christie’s per 9,2 milioni di euro © Christie’s Images Limited 2021
Antonio Aimi |

In teoria, ci si poteva aspettare che nel 2021 il mercato di arte etnica fosse stato molto colpito dalle chiusure provocate dalla pandemia, dato che anche in questo settore, come in quello dei musei e delle mostre, le attività a distanza servono a poco, perché è necessario un rapporto personale con le opere che si vogliono acquistare o studiare o ammirare.

Tuttavia, i risultati delle aste e delle gallerie sembrano smentire questa ipotesi. Osservando i risultati del periodo che si prende in esame c’è un dato che si impone con forza, oscura i risultati di tutte le altre aste ed entra nella storia: l’asta della collezione Périnet, organizzata a Parigi da Christie’s il 23 giugno scorso, ha registrato un fatturato di oltre 66 milioni di euro che la colloca al primo posto nella storia delle aste di arte extraeuropea.

Finora, il record delle vendite era costituito dall’asta Vérité, che nel 2006 a Drouot (Parigi) era arrivata a 43 milioni di euro, mentre al secondo posto si collocava l’asta Kunin di Sotheby’s (New York), che nel 2014 aveva superato i 33 milioni di euro (cfr. n. 348, dic. ’14). Per la prima volta, inoltre, in un’asta del settore ben 17 opere sono state vendute a più di un milione di euro.

Il top lot è una rara maschera delle Isole Mortlock (Micronesia) con un prestigioso pedigree, che è stata venduta a 9.171.000 euro a partire da una stima di 500-700mila euro. Seguono una testa Fang venduta a 7.682.500 euro (stima 2-3 milioni), una maschera Luba venduta a 7.224.500 euro (1,5-2 milioni), una maschera da spalle Baga venduta a 4,7 milioni (800mila-1,2 milioni) e una maschera Kota venduta a 3.260.000 euro (300-400mila).

Per quanto la vendita fosse «in presenza», a quanto hanno riferito a chi scrive alcuni addetti ai lavori, la sala dell’asta non era affollata come al solito, forse perché i collezionisti avevano visto i pezzi nei giorni precedenti o forse perché pensavano di poter contare in ogni caso su informazioni adeguate. Passando da quest’asta alle gallerie italiane di rilievo internazionale, si può osservare che anche in questo caso le chiusure non hanno avuto effetti particolarmente gravi.

Chantal Dandrieu, della galleria Dandrieu Giovagnoni di Roma ci ha dichiarato: «Siamo stati piacevolmente sorpresi dai risultati positivi della nostra galleria nel 2021. Da un lato, infatti, abbiamo avuto visite, in modo regolare, su appuntamento, mentre, dall’altro, hanno avuto una buona risposta le due mostre a tema: “Rituali d’inverno” e “Di tutti i colori” che abbiamo organizzato in questi mesi. In particolare, posso dire che l’80% degli oggetti presentati in questi due eventi è stato venduto a prezzi compresi tra i 2mila e i 20mila euro. Le persone che venivano da noi erano felici di trovare la galleria aperta e con oggetti molto belli durante questo difficile periodo. L’arte è veramente terapeutica!».

Una valutazione analoga è stata fatta da Leonardo Vigorelli della galleria Dalton Somarè di Milano, che, dopo aver premesso che il viaggio e l’incontro sono una condizione indispensabile alla vita del mercato dell’arte, ha aggiunto: «Anche se non si può certo dire che nel 2020 (e nella prima metà del 2021) si siano create le condizioni più favorevoli, l’ambiente collezionistico italiano si è andato consolidando ed espandendo. Pertanto, il nostro giudizio su questa fase è comunque sostanzialmente positivo. Abbiamo proseguito nella costruzione di collezioni di arte africana con standard di qualità di cui siamo orgogliosi. In particolare, una delle collezioni private, centrata sull’arte antica del Gabon, a cui abbiamo contribuito in maniera sostanziale, ha avuto quest’anno il riconoscimento di una solo exhibition all’Ermitage di San Pietroburgo».

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