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L'ARTE DI SALVARE L'ARTE | La Muta di Raffaello a Urbino: il furto del secolo

Un capitolo di un libro fresco di stampa, opera di un ufficiale dei Carabinieri, Roberto Riccardi

«La Muta» di Raffaello, rubata nel 1975 dal Palazzo Ducale di Urbino e recuperata l’anno dopo a Locarno, in Svizzera, dai Carabinieri. © Detective dell’Arte di Roberto Riccardi edito da Rizzoli

Appena uscito per Rizzoli, «Detective dell’arte» è firmato da Roberto Riccardi* (Bari, 1966), ufficiale dei Carabinieri, giornalista e scrittore (autore di noir e non solo, soprattutto Mondadori ed e/o). Ha lavorato a Palermo negli anni delle stragi, in Calabria, Lazio, Toscana e nei Balcani. Il libro «è una sorta di viaggio, alla maniera del Grand Tour nella penisola che in passato completava una formazione culturale», spiega in prefazione Giovanni Nistri, oggi comandante generale dell’Arma, ma per quasi 4 anni a capo proprio del Carabinieri Tpc e per due del Grande Progetto Pompei. Che prosegue: «Vi sono brani sui grandi artisti di ogni epoca e origine. Sui delitti e misteri che in qualunque forma li hanno riguardati. Sulle opere rubate come bottino di guerra e su quelle distrutte dalle calamità naturali. Su tutto ciò che ruota attorno a un universo che non sa lasciare indifferenti». Di seguito pubblichiamo il capitolo «Urbino. Il furto del secolo».


[...] A descrivere Raffaello [...] valga la sintesi dell’epitaffio di Pietro Bembo inciso in latino sul suo sepolcro, nel Pantheon di Roma: «Qui giace Raffaello. Finché era vivo la natura ebbe paura di essere superata, ora che è morto ha paura di morire».
Se la sua cifra artistica è l’imitazione della natura, la sua fine è avvolta nel mistero. Si dirà subito che è stato avvelenato. Ha appena ricevuto dal Vaticano diverse commissioni, potrebbe trattarsi d’interesse o d’invidia. Non si può neppure escludere la vendetta di un marito geloso: l’artista su quel fronte ha mietuto varie vittime, compresa la Fornarina che nel suo quadro esibisce grazie avvenenti. Affinché un fuoriclasse del calibro di Raffaello raggiunga le vette che conosciamo non basta il Dna paterno. Non si dipingono la «Madonna del cardellino», o lo «Sposalizio della Vergine», senza un talento personale. Ma questo può affinarsi solo a patto di trovare un ambiente favorevole.

L’arte di Urbino non nasce con lui: la città è fra le più importanti del Rinascimento, di cui conserva intatta l’eredità architettonica. Alla corte di Federico da Montefeltro, sul finire del Quattrocento, prestano la loro opera numerosi maestri di valore, come quel Piero della Francesca che ci ha lasciato del conte e della consorte, la milanese Battista Sforza, il doppio ritratto esposto agli Uffizi. Il borgo marchigiano possiede una notevole collezione pittorica nel suo Palazzo ducale, un gioiello architettonico la cui costruzione fu avviata da Luciano Laurana. È la Galleria Nazionale delle Marche, ricca di capolavori raccolti nell’Ottocento da chiese e conventi dell’intero territorio regionale.
Ed è proprio il palazzo urbinate, a pochi anni dall’avvento dei detective dell’arte, a subire quello che allora fu definito il «colpo del secolo».

Per i Carabinieri, dalle Marche alla capitale, è un brutto risveglio. La nota della sala operativa del comando generale è laconica, con la sintesi che caratterizza a volte le brutte notizie: «Comunicazione telefonica dalla Compagnia di Urbino. 6 febbraio 1975, dalle ore 00.30 alle ore 02.30, in Urbino (Pesaro) ignoti asportavano dal Palazzo ducale tre dipinti di cui un Raffaello denominato “Gentil Donna” o “La Muta” e due Piero della Francesca raffiguranti la “Flagellazione” e “Madonna di Senigallia”. Valore ritenuto inestimabile. Comandante Gruppo, comandante Compagnia sul posto. Trasmette cap. Battista, riceve cap. Aquilio. Ore 05,05». In calce, nell’atto rimasto in copia nel fascicolo del furto, qualcuno, forse lo stesso capitano Aquilio destinatario della chiamata notturna, ha aggiunto a matita: «Ore 04.00 preavvisato il nucleo Cc. Tutela patrimonio artistico». [...] Le opere finite nel mirino dei ladri hanno per la città uno straordinario valore storico, oltre che artistico. Sono rappresentative dell’epoca gloriosa di Federico da Montefeltro. La Muta altri non è che sua figlia Giovanna. È ritratta su uno sfondo scuro a mezza figura, leggermente di tre quarti. La sua espressione ricorda la Monna Lisa del capolavoro di Leonardo. Anche nei dipinti di Piero della Francesca sono presenti i protagonisti del suo tempo. Nell’opera dedicata alla Madonna di Senigallia uno degli angeli che attorniano Maria ha le sembianze di Giovanna da Montefeltro, mentre quello sul lato opposto assomiglia a suo marito, Giovanni della Rovere.

Con un furto la città rischia di veder sparire la storia della sua epoca più importante. Un danno incalcolabile. In più lo smacco è enorme: solo pochi giorni prima il soprintendente alle arti ha elogiato le misure di sicurezza adottate, definendo la sede della galleria una «fortezza inespugnabile». Alla vigilanza dell’edificio, in effetti, sono preposte ventidue guardie giurate. Di notte però i guardiani sono due. E ai malviventi basta scalare un’impalcatura per raggiungere il giardino pensile attiguo alla Sala degli Angeli ove sono esposti i preziosi dipinti. Li staccano e li avvolgono probabilmente in panni di velluto. Per la scalata, gli autori del colpo si aiutano con una pertica. Le cornici saranno ritrovate in un cortile interno del palazzo. All’indomani del furto la stampa si scatena. A Urbino si precipitano le massime cariche dello Stato: nel pomeriggio arriva in elicottero il ministro per i Beni culturali Giovanni Spadolini, che incontra le autorità inquirenti. Su Palazzo Chigi piovono le interrogazioni parlamentari. Una di esse, firmata dai deputati democristiani Miotti, Carli e Lindner, chiede di conoscere «quali provvedimenti il Governo intenda prendere per una difesa del patrimonio d’arte e per il recupero delle opere asportate senza cedere a eventuali ricatti».

Per fornire elementi di risposta il tenente colonnello Dante Maldotti, comandante del gruppo Carabinieri di Pesaro, deve trasmettere in alto diverse informative. Il circuito mediatico è inquinato dal coro di truffatori e mitomani che sempre accompagna le vicende di grande risonanza. La sera del 6 febbraio alla redazione del GR Rai arriva una telefonata: una donna afferma che i dipinti si trovano nella mansarda del castello e che il furto è opera della mala di Pesaro. Alle 11 del mattino successivo, un anonimo chiama l’Accademia di Belle Arti urbinate e intima di preparare tre miliardi di lire. Un altro, alle 12,45, pretende che gli passino il sindaco in persona. Più alto il livello dell’interlocutore, più modesta la cifra pretesa: solo cento milioni, un importo che Raffaello e Piero della Francesca, dall’aldilà, avranno trovato offensivo. Il 10 febbraio arriva una nuova richiesta: per riavere il maltolto un emissario dell’Intendenza belle arti dovrà prendere un treno da Bologna a Prato, lanciare dal finestrino la somma di cinque milioni alla vista di un drappo nero e, gran finale, versarne altri 195 presso il bar della stazione di arrivo. In una successiva telefonata si aggiunge che, in cambio della somma, la cassiera del locale di Prato consegnerà una busta con le indicazioni per ritrovare le opere.

Negli stessi giorni a Urbino si presenta un personaggio decisamente più affidabile. È Rodolfo Siviero, un nome che gli appassionati del settore conoscono bene. Nato nel 1911 a Guardistallo, sui colli pisani, può essere considerato a buon diritto il pioniere dei nostri detective. Di lui è meno noto un altro dettaglio: suo padre Giovanni, veneziano di origine, era un maresciallo dell’Arma, comandante della stazione Carabinieri del suo borgo di nascita. Cresciuto in caserma, laureato in Storia dell’arte a Firenze, negli anni Trenta Siviero diviene un agente del Sim, il Servizio informazioni militari. Nel 1937, fingendosi un ricercatore universitario, raggiunge Berlino con la missione di raccogliere informazioni sul regime nazista, che ha siglato un’importante intesa con Roma. Scoppia la guerra. Dopo l’8 settembre un corpo militare tedesco specializzato, il «Kunstschutz», nato originariamente per salvaguardare il patrimonio artistico e culturale durante le guerre, con particolare riferimento ai Paesi occupati, procede anche in Italia al trafugamento delle opere di valore. Siviero si insedia sul lungarno Serristori di Firenze, presso la residenza di un critico d’arte ebreo, e da lì contrasta i traffici nazisti con operazioni di intelligence. Per questo sarà catturato e torturato, infine rilasciato.

In virtù dei meriti acquisiti e dell’esperienza maturata, nel 1946 il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi lo nomina capo dell’Ufficio interministeriale per il recupero delle opere d’arte. L’obiettivo di Siviero torna a essere la Germania, dove si trovano ad esempio i capolavori dei musei napoletani portati via dall’abbazia di Montecassino. Le sue imprese in queste pagine starebbero strette, sono degne piuttosto di un romanzo d’avventura. Si muove come un perfetto undercover agent, capace di travestirsi da frate per nascondere una tela sotto il saio o di caricarsi un quadro sottobraccio e varcare una frontiera. Grazie a una serie infinita di queste azioni recupera più di tremila opere trafugate dai gerarchi nazisti, prima fra tutte la «Danae» di Tiziano, che Göring aveva tenuto in camera da letto fino al 1944 e che oggi si può ammirare a Napoli nel Museo di Capodimonte.

Negli anni Cinquanta il funzionario ha già assolto al meglio il suo compito, ma il Governo non è disposto a perderlo e lo mantiene nel suo incarico: d’ora in poi si occuperà dei traffici d’arte della criminalità, compito a cui si dedica con capacità e passione fino alla morte nel 1983. Amico di de Chirico e altri pittori, nei suoi ultimi anni partecipa alla vita culturale da presidente dell’Accademia delle Arti del Disegno, la prestigiosa istituzione fondata da Vasari sotto Cosimo I de’ Medici. Dona alla Regione Toscana la sua residenza di lungarno Serristori, acquistata dopo la guerra. Casa Siviero è tuttora aperta al pubblico. Il «colpo del secolo» lo trova impegnato sul fronte dei recuperi e munito di una rete efficiente di informatori, grazie ai quali ha ottenuto molti dei suoi successi.

Siviero il 10 febbraio si presenta a Urbino con una lista di nomi. Sono i sospetti autori del clamoroso furto, sui quali l’attenzione degli investigatori si era già puntata. Per una volta le notizie raccolte dal ministro plenipotenziario, la sua qualifica adesso è tale, si rivelano infondate: i soggetti che indica, tutti di origine calabrese, vanno in carcere ma ne escono quasi subito per carenza di indizi. Le indagini riprendono con lena e ai Carabinieri di Milano giunge una nuova dritta. Il 18 febbraio, presso gli uffici della locale Procura della Repubblica, è indetta una riunione. Per il capoluogo lombardo sono presenti il sostituto procuratore Luigi De Liguori, il tenente colonnello Pietro Rossi e il capitano Alfonso Renella, da Urbino giungono il magistrato titolare del fascicolo Gaetano Savoldelli, il capitano Sabino Battista e il maresciallo maggiore Salvatore La Monica. I meneghini vanno dritti al punto: stando a una loro fonte i dipinti si troverebbero a Ginevra presso un antiquario di dubbia fama, che si starebbe adoperando per piazzarli sul mercato. La città elvetica non è lontana e nessuna pista può essere trascurata, così il giorno dopo i due magistrati partono per la Svizzera accompagnati dai capitani Renella e Battista. Propongono una rogatoria internazionale, necessaria per procedere alla perquisizione a carico dell’antiquario.

Poiché i tempi non sono immediati, i marchigiani tornano in sede per coordinare le attività in corso. Non vi sono certezze e anche a Urbino c’è molto da fare. Restano a Ginevra il dottor De Liguori e il capitano Renella. La perquisizione dà esito negativo e nel frattempo il fascicolo si riempie di annotazioni prive di sbocchi. Continuano le richieste di somme a titolo di riscatto: sono fasulle. Il comandante generale dell’Arma, Enrico Mino, trasmette al Servizio informazioni difesa (Sid) un appunto di poche righe, scaturito da una lettera anonima, ove si legge che i dipinti sarebbero stati trafugati su «un peschereccio in alto mare, diretto nell’Urss»: è una bufala. Al quotidiano «Il Tempo» giunge una foto con «La Muta» di Raffaello avvolta dalle fiamme: per fortuna è un montaggio. Il Raffaello vittima di un incendio, sarebbe un disastro! Se fosse vero Urbino avrebbe posseduto la tela soltanto per mezzo secolo. Le era stata donata nel 1927 da Benito Mussolini, che l’aveva soffiata agli Uffizi.

La verità si fa strada più avanti quando la banda dei ladri, constatato di non poter rivendere una merce così nota e preziosa, percorre la sola strada possibile per conseguire un profitto. Torna in campo Siviero, che riceve una richiesta di denaro finalmente credibile. Anche questa volta le indagini sono affidate ai detective dell’arte, che non hanno mai smesso le ricerche e al cui comando si è insediato in quell’anno il tenente colonnello Pio Alferano, brillante ufficiale piemontese sposato a Castellabate. Egli resterà alla guida del reparto fino al 1982 e avrà modo di distinguersi in altri significativi recuperi, terminando la sua carriera con il massimo grado. Anche Alferano, al pari di Siviero, ama l’arte in modo viscerale. Anche lui lascerà una traccia significativa della sua passione e della sua esistenza, interrottasi l’11 ottobre 2010. A Castellabate è attiva una fondazione, intitolata all’ufficiale e alla consorte, che eroga un premio annuale per l’impegno a favore della cultura, dell’arte e dell’ambiente. Nel 2018 è stato assegnato fra gli altri a Claudio Bisio, protagonista con Valentina Lodovini del film «Benvenuti al Sud», ambientato proprio nella località del Cilento. Nelle trattative per la restituzione, che nei piani degli investigatori dovranno portare all’arresto dei responsabili, le redini sono tenute da Alferano e dai suoi più diretti collaboratori, il tenente colonnello Carlo Focacci e il capitano Italo Marchisio.

Il riscatto richiesto dai malviventi ammonta a 250 milioni di lire. Nessun problema, i Carabinieri si spacciano per facoltosi acquirenti, fingono di accettare e nel frattempo individuano i loro avversari: sono quattro soggetti che gravitano fra Pesaro, Urbino, Rimini e Bologna. Una delle auto di cui si servono fa la spola con la Svizzera, passando la frontiera in direzione del Canton Ticino. Il comandante Alferano chiama di nuovo a collaborare i colleghi elvetici. È la seconda volta nel giro di un anno, ma la pista in questo caso si dimostra più concreta. Dall’avvio della negoziazione sono passati due mesi, è il 23 marzo 1976 quando la trappola scatta a Locarno. L’auto segnalata è pedinata dalla polizia cantonale del Ticino e dai Carabinieri del tenente colonnello Focacci. Si ferma davanti a un albergo, i detective irrompono nell’edificio e recuperano tutte e tre le tele. I componenti della banda finiscono in cella nel giro di poco: i detective dell’arte ne catturano uno in Svizzera, due in Italia e uno in Germania. La nota della sala operativa del comando generale sul recupero è laconica quanto quella che annunciava il furto: «Comunicazione telefonica da parte del comando carabinieri Tutela patrimonio artistico. Ore 14,30 circa, Carabinieri ministero Beni culturali et ambientali hanno sequestrato in Locarno (Svizzera) tre noti dipinti, rubati nel febbraio scorso anno dal museo di Urbino. Fine ten. col. Alferano».

I cerchi a volte si chiudono. Così è bello scoprire che la notizia, trasmessa alle 15,07, trova a riceverla, quale ufficiale di turno nella sala operativa, di nuovo il capitano Aquilio. I quadri tornano in Italia sei giorni dopo, scortati dai Carabinieri. Fanno il loro ingresso a Urbino il 31 marzo, nel plauso della cittadinanza e delle autorità locali. È un evento da ricordare, non a caso immortalato in una tavola del calendario storico dell’Arma, edizione 2007, firmata da Luciano Jacus. La città è felice di rivedere La Muta, opera simbolo del suo artista più amato, ma si rallegra allo stesso modo per i dipinti di Piero della Francesca. [...] Il rientro delle tele è salutato con giubilo in tutto il Paese e oltre i confini, la rassegna stampa dell’operazione annovera articoli delle principali testate internazionali. Il nuovo ministro dei Beni culturali e ambientali, Mario Pedini, chiama al telefono il comandante Alferano. La sua voce rivela una gioia genuina e, visto che il reparto è giovane e non ha ancora grandi dotazioni, lo ringrazia con affettuosa ironia: «Avete lavorato con zelo inversamente proporzionale ai mezzi di cui disponete», dice. Il suo collega della Difesa Arnaldo Forlani, a Pesaro per una cerimonia, coglie l’occasione per manifestare ai Carabinieri la riconoscenza propria e della popolazione, «per il paziente e intelligente lavoro» che ha portato al recupero dei quadri.

Giovanni Spadolini, che ha ceduto da poche settimane le consegne a Pedini, commenta l’avvenimento dalle colonne della «Stampa». Dopo aver stigmatizzato ciò che il Governo non ha fatto per la protezione dell’arte, chiude così l’articolo: «E penso ai trenta, o poco più, carabinieri del Nucleo per il patrimonio artistico che dipende dal ministro per i Beni culturali, allogati in un vecchio e inadatto palazzo della Roma barocca, a piazza Sant’Ignazio. Si deve a loro, alla loro opera silenziosa e tenace, l’individuazione della trama, la scoperta dei colpevoli, il ricupero delle opere straordinarie. Impegnati da mesi e mesi in questa pista, senza mai un cedimento alla pubblicità o alla vanità, esempi di uno stile che dovrebbe essere additato a molti corpi dello Stato».

Il primo aprile i quindici uomini che hanno fornito un particolare apporto alle indagini vengono convocati alla casa madre dell’Arma, in viale Romania: sono i tenenti colonnelli Pio Alferano e Carlo Focacci, il capitano Italo Marchisio, i marescialli Giuliano Andrei Guelfo, Mario Giraldi e Libero La Torre, i brigadieri Alessandro Ciombetti, Vittorio Castaldo e Sante Runci, gli appuntati Antonio Gaeta e Augusto Sesti, i carabinieri Rino Lazzaris, Erminio Colabuono, Raffaele Tarantino e Giuseppe Lazzani. Nella nota della sala operativa, che ça va sans dire è sempre laconica, si precisa che solo Alferano e Focacci «potranno intervenire in divisa, in quanto gli altri per esigenze operative hanno la barba incolta o i capelli lunghi». L’indicazione, a dispetto della data, non è un pesce d’aprile. Non è possibile ammettere al cospetto del comandante generale, che vuole congratularsi con ciascuno di loro, personale in uniforme che non sia in perfetto ordine. Ma nuove indagini attendono i detective dell’arte, e per svolgerle dovranno confondersi con l’ambiente in cui si muovono.

Se la ferita dei sette capolavori fu risanata in poco più di un anno, un’altra ebbe bisogno di molto più tempo. Il «Martirio di san Sebastiano» dell’urbinate Federico Barocci, sfregiato nel 1982 per asportarne un frammento, fu ricomposto dopo 35 anni grazie alle indagini del Tpc. Ma l’arte è «senza tempo», spiega Federico Zeri nel suo saggio Pittura e Controriforma. Ed è bello, oggi, entrare nel duomo di Urbino e vedere il Barocci restaurato, pensando che le cicatrici della vita, come quelle inflitte ai tesori della nostra Italia, si possono rimarginare.

*Roberto Riccardi, generale dei Carabinieri, è capo ufficio stampa del comando generale dell’Arma. Giornalista e scrittore, ha diretto per diversi anni «Il Carabiniere» ed è autore di romanzi e saggi. Il testo, per gentile concessione dell’autore e della casa editrice, è tratto da suo volume appena pubblicato Detective dell’arte. Dai Monuments Men ai Carabinieri della cultura, Rizzoli, Milano 2019, 224 pp., € 18,00.

Roberto Riccardi, da Il Giornale dell'Arte numero 397, maggio 2019


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