L’arte delle ceramiche da tavola

Si conclude il terzo ciclo di inviti alla residenza Terraterra dove ogni anno artisti nazionali e internazionali sono impegnati nella reinterpretazione del medium della ceramica

Le ceramiche di Xinyi Chen. Foto: Raffaella Quaranta
Valeria Raho |  | Grottaglie (Ta)

Risponde al nome di Terraterra la residenza dedicata alle ceramiche da tavola, di casa a Grottaglie, in provincia di Taranto. A idearla Valentina Suma, co-fondatrice a Milano prima di Brown Project Space, poi della galleria Fluxia e oggi curatrice dell’Archivio Simone Fattal a Parigi. Dal 2021 invita ciclicamente in Puglia artisti e artiste a interagire con le maestranze di una storica azienda a conduzione familiare per reinterpretare il medium e il tema delle porcellane da tavola. In questi anni la collezione del progetto è cresciuta attraverso le opere firmate da Xinyi Cheng, Judith Hopf e Daniele Milvio, con cui domenica 17 dicembre si chiude ufficialmente il terzo anno di attività di questo progetto che celebra la convivialità e il potere transculturale dell’arte.

Xinyi Cheng, Judith Hopf e Daniele Milvio sono gli artisti invitati nel programma di residenza che cura dal 2021 sulle ceramiche da tavola, al centro dell’indagine di Terraterra. Come curatrice quali sono i criteri di invito e come interagisce nella preparazione e produzione delle opere?
Invito artisti nel cui lavoro posso leggere un interesse, anche sottile, verso lo sviluppo del materiale e del tema. Poco importa quale sia il loro grado di esperienza, valuto il potenziale. Di Xinyi Cheng, ad esempio, che ha inaugurato nel 2021 il programma di residenza, mi hanno sempre affascinata le opere pittoriche con nature morte su tavole apparecchiate. Scene di un quotidiano, in cui i resti di cibo e le stoviglie usate testimoniano che qualcosa si è consumato. Terraterra è stata per lei una vera e propria ricerca. In maniera del tutto simile avevo visto una serie firmata da Daniele Milvio, dal titolo «Pignoramento»: una sorta di menhir domestico realizzato impilando piatti da portata. Quando l’ho invitato l’estate scorsa a raggiungere la Puglia, ha accettato con entusiasmo dicendomi che voleva da tempo realizzare degli oggetti in ceramica.

Judith Hopf, al contrario, aveva già dipinto a mano alcuni piatti da portata installandoli a muro nelle sue mostre. Più in generale ceramiche e oggetti d’uso sono molto presenti nel suo lavoro, anche se esautorati della loro funzione originale. Nel 2022 l’ho invitata a ragionare sull’opposto, creando questa volta un oggetto che fosse completamente funzionale. Nei prossimi anni invece vorrei evolvere ulteriormente il programma selezionando artisti e artiste che hanno scelto la ceramica come materiale elettivo. Per quanto riguarda la scelta della ceramica da tavola da realizzare viene lasciata massima libertà.

C’è solo una regola da rispettare: non ripetere un oggetto realizzato da un altro artista, tenendo conto che l’obiettivo finale della residenza è quello di produrre tutti gli elementi che compongono un servizio da tavola.
Un capitolo a parte si apre quando si avvia la produzione: da questo momento in poi si susseguono molte discussioni e confronti tra me, l’artista e Giovanna Alò, della bottega Enza Fasano, insieme agli artigiani che collaborano alla realizzazione del pezzo. Si cerca sempre di rispettare e restare fedeli all’idea dell’artista per realizzarla, dal punto di vista tecnico, in maniera impeccabile.
La brocca realizzata da Judith Hopf. Foto: Raffaella Quaranta
A proposito della bottega, nel corso della residenza gli artisti si confrontano con la storia di una città celebre per la produzione di ceramiche ma anche con quella di un’azienda familiare, «punta di diamante dell’arte figulina grottagliese», si legge nel sito di Enza Fasano. Come nasce questa collaborazione e qual è, secondo lei, il valore aggiunto di questo scambio?
La produzione di ceramica a Grottaglie risale al XVI secolo, sebbene ci siano tracce e reperti che farebbero risalire questa tradizione al Medioevo. È sempre stata incentrata su oggetti di uso quotidiano, per la tavola e la casa, prima dell’industrializzazione e dell’usa e getta. C’è quindi un aspetto pragmatico e concreto che caratterizza questa tradizione, in cui si concentra una storia umana fatta di passione, lavoro e profonda conoscenza del materiale: è questo l’aspetto che Terraterra vuole valorizzare.

Date le mie origini pugliesi, è stato naturale portare la mia idea a Grottaglie, dove ho avuto la fortuna di incontrare due donne incredibili, Enza Fasano e Giovanna Alò, madre e figlia, che hanno subito compreso e adottato il progetto diventando non solo la fucina ma anche la casa permanente di Terraterra. La grande esperienza di Enza, l’intuito e l’intraprendenza di Giovanna, il savoir faire
degli artigiani che da anni lavorano con loro (penso ai maestri Ciro De Felice e Francesco Masciullo, per citarne alcuni) sono il valore aggiunto del progetto. Potrebbe sembrare scontato, ma collaborare con persone che amano profondamente ciò che fanno è stimolante. Inoltre è gratificante veder nascere connessioni inaspettate, relazioni umane durature che a loro volta si traducono in oggetti la cui vita continua negli ambienti domestici di chi li colleziona… Trovo ci sia qualcosa di virtuoso e magico in questo ciclo.

Come sono cambiate le ceramiche da tavola tra le mani di Cheng, Hopf e Milvio?
In maniera sempre sorprendente e oltre ogni aspettativa. Xinyi Cheng ha voluto dipingere a mano 100 piatti piani, realizzando una sorta di diario per immagini del periodo trascorso in Puglia, in cui si possono rintracciare anche leitmotiv tipici del suo lavoro. Judith Hopf ha rielaborato un motivo decorativo tipico della tradizione pugliese, il galletto, trasformando delle brocche in galline, il loro corrispettivo femminile: oggetti domestici inespressivi si sono trasformati nelle sue mani in presenze ludiche e divertenti sulla tavola. Daniele Milvio invece ha lavorato sul bicchiere-coppa in ceramica, portando dietro una riflessione sulla storia e l’archeologia locali. I suoi calici si ispirano alla forma e alle decorazioni dei «kylix a occhioni» di tradizione attica.
Xinyi Cheng artista in residenza della prima edizione. Foto: Raffaella Quaranta
Portando all’attenzione di artisti nazionali e internazionali un bagaglio culturale e materico ultracentenario, come si delinea il contributo di Terraterra all’interno di uno scenario globale, a cui fa riferimento?
Da pugliese emigrata per lavoro, prima al Nord Italia e poi all’estero, credo nell’importanza di supportare progetti locali e aprire un dialogo tra persone e realtà che non si sarebbero incontrate altrimenti. Uno degli obiettivi principali di Terraterra è quello di creare una comunità di persone legate a un’esperienza che si ripete ciclicamente e la cui portata cresce nel tempo. Stiamo assistendo a un enorme boom economico della Puglia, dovuto a un turismo ormai di massa, ma che resta, a mio avviso, solo sulla superficie: poche sono le iniziative che si traducono in un vero scambio con chi abita il territorio e ci lavora tutto l’anno.

La convivialità è un aspetto fondante del progetto non solo perché si occupa di ceramiche da tavola ma perché ogni edizione volge al termine con una cena. Può parlarci di questo «rito» e di come viene, di volta in volta, ripensato dagli artisti?
È un aspetto legato alla creazione di una comunità, di cui parlavo poc’anzi: quello di ritrovarsi intorno a un tavolo e fare spazio a un nuovo arrivato. La tavola è inclusiva e transculturale. Ogni anno il banchetto finale si tiene in un luogo speciale, di solito in Puglia. L’anno scorso, ad esempio, abbiamo celebrato le brocche di Hopf al Pescetrullo, nella campagna di Carovigno. Si tratta di alcuni moduli abitativi colorati, in poliuretano, progettati da Gaetano Pesce e commissionati dalla gallerista Caterina Tognon insieme al marito, l’architetto Gabriele Pimpini, che ha anche collaborato alla costruzione. L’architettura figurativa di Pesce calzava a pennello con le brocche figurative di Hopf. Quest’anno, invece, presenteremo i calici di Milvio in un contesto diverso: un pranzo domenicale a casa dell’artista, a Milano, cucinato da lui. Sarà un evento intimo che riunirà alla stessa tavola produttori, sostenitori del progetto e amici. L’edizione di ceramiche realizzate da Milvio sarà disponibile online sul sito e i canali social del progetto a partire da domenica 17 dicembre, giorno in cui si terrà l’evento. Inoltre una parte dei proventi della vendita delle ceramiche sarà destinata ad associazioni che si occupano di solidarietà e giustizia sociale.

Le ceramiche Terraterra sono pensate per essere sì collezionate ma anche «usate» nella quotidianità. Rispetto alla sua esperienza da gallerista e curatrice, le opere contribuiscono a creare un rapporto più immediato con l’arte?
In una società globalizzata in cui si perde sempre più il contatto tra chi produce e il fruitore finale di un oggetto, ero interessata a riattivare il potere delle storie… un messaggio in una bottiglia, per tornare alla tavola, che passa anche attraverso l’usabilità di un’opera.

© Riproduzione riservata Alle prese con le ceramiche di Judith Hopf. Foto: Raffaella Quaranta
Altri articoli di Valeria Raho