L’arte degli artisti ucraini

Negli anni ’80 l’arte contemporanea ucraina era inesistente. Poi è stata un’esplosione di sperimentazione e provocazioni in spiazi privati pubblici, fino alla nascita della Biennale di Kiev e del PinchukArtCentre

Un’opera dalla serie «Miners» (1998) di Arsen Savadov e Oleksandr Kharchenko,
David Elliott |

Andai per la prima volta a Kiev nel 1987, all’inizio della Perestrojka, per visionare una collezione privata d’arte d’avanguardia ucraina degli anni ’20 per una mostra al MoMA Oxford e al Barbican. La possibilità stessa del mio viaggio era il segnale dell’inizio di un lungo periodo di profondi cambiamenti culturali e geopolitici. Cinque anni prima, una mostra internazionale da collezioni private sovietiche sarebbe stata inimmaginabile. L’arte contemporanea in Ucraina era inesistente.

Finalmente, però, si poteva dire la verità sulla grande carestia che colpì il Paese nel 1932-33 e causò la morte di milioni di persone mentre i villaggi venivano trasformati in fattorie collettive (dal 2008 questa tragedia è stata commemorata dal Museo nazionale del genocidio, che sorge accanto allo storico Monastero delle Grotte di Kiev) o sul «Rinascimento fucilato», espressione coniata nel 1959 per descrivere la generazione di scrittori e artisti ucraini epurati durante gli anni ’30. Questa nuova apertura, in linea con il clima di cambiamento in atto in tutta l’Unione Sovietica, conobbe un’accelerazione nel 1991, con l’implosione dell’Unione stessa e la creazione di un’Ucraina indipendente, più o meno libera, una delle tante nuove ex repubbliche sovietiche.

Nel 1999, decimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, organizzai, dall’osservatorio privilegiato del Moderna Museet di Stoccolma, dov’ero allora direttore, la mostra «Dopo il Muro. Arte e cultura nell’Europa postcomunista», frutto di tre anni di lavoro di un team di ricercatori e curatori che documentarono i mutamenti culturali e politici dei 22 nuovi Paesi, comprendenti sia la ex repubbliche sovietiche che altri Stati postcomunisti.

In mostra erano presenti 116 tra artisti e collettivi, di cui otto ucraini. Nel loro lavoro prevaleva un macabro senso dell’umorismo: in «If I Were a German» (1994) Boris Mikhailov (1938), Sergij Bratkov (1960) e Sergil Solonskij (1957) del Fast Reaction Group di Kharkiv «celebravano» il 50mo anniversario della fine della seconda guerra mondiale in tableau fotografici in bianco e nero dal tono pseudo documentaristico, mettendo in scena interpretazioni orgiastiche, baccanali degli orrori dell’occupazione nazista. In «Sumerki (Dusk)» del 1993, una serie di immagini panoramiche dai colori turchesi, Mikhailov documentava liricamente la durezza dell’economia e delle realtà sociali che prevalsero non solo nel paesaggio postindustriale di Kharkiv, ma anche, per estensione, nell’intero Paese appena nato.

Nei grandi pannelli fotografici «Miners» (1998), gli artisti di Kiev Arsen Savadov (1962) e Oleksandr Kharchenko (1965) presentavano un mondo parallelo ugualmente cupo: nelle miniere abbandonate del Donbass, uomini nudi e muscolosi ricoperti di polvere di carbone, alcuni con tutù da ballerina, fissano l’obbiettivo con sguardo accusatorio, come se si fosse interrotto un qualche rituale. Queste immagini facevano parte della serie «Deepinsider», che comprendeva anche «Fashion Models in a Graveyard» (1998), ritratti di modelle seminude che posano tra le lapidi di un cimitero, persino durante una cerimonia funebre. Quando venne pubblicata su una rivista di moda, questa spudorata associazione di Eros e Thanatos fu letta come una provocazione scandalosa, ma anche una critica del volto del nuovo capitalismo.
Le opere di Lesia Khomenko nella mostra «This is Ukraine: Defending Freedom» a Venezia
In Ucraina erano nate accademie d’arte nelle città principali, Kiev, Kharkiv, Leopoli e Odessa, senza soluzione di continuità rispetto all’epoca sovietica e, dal 2001, l’Accademia Nazionale delle Arti ucraina di Kiev diede vita a un Istituto di ricerca sull’Arte moderna per concentrarsi sui rapporti internazionali e lo studio. La visione generale della storia culturale, tuttavia, iniziò a trasformarsi, mentre il Paese cercava di crearsi un’identità positiva, che si basasse su altro rispetto alla sofferenza dei torti subiti.

L’elenco degli ucraini celebri oggi comprende i classici, ma anche artisti e scrittori dell’avanguardia, in precedenza considerati «russi», come Nikolai Gogol e Anton Chekhov oltre ai «sovietici» come Isaak Babel, Myhailo Boychuk, Mikhail Bulgakov, David Burliuk, Aleksandra Ekster, Kazimir Malevich, Viktor Palmov e Vladimir Tatlin che lavorarono e vissero tutti in Ucraina.

A partire dai primi anni ’90, il Soros Centers for Contemporary Art (un programma regionale gestito dall’Open Society Institute di George Soros,con sede a New York) ha svolto un ruolo cruciale nel mettere a disposizione fondi e infrastrutture e nel sostenere lo sviluppo di attività non profit a favore dell’arte contemporanea nell’Europa dell’Est e nell’Asia centrale. Uffici e spazi espositivi aprirono a Kiev nel 1993 e a Odessa nel 1996 ed ebbero un forte impatto sull’evoluzione delle arti nel Paese. Quando questo sostegno venne meno nel 2008, nacquero nuove gallerie commerciali come la Dymchuk Gallery di Odessa (2008) o lo Ya Gallery Art Centre di Kiev e Dnipropetrovsk (2010), che attualmente opera da Leopoli. Queste realtà hanno stretto rapporti duraturi con gli artisti, sostenendone e commerciandone con continuità il lavoro.

Più recentemente, hanno aperto a Kiev spazi più grandi per l’arte contemporanea, tra cui il più influente è stato il PinchukArtCentre, fondato nel 2006 dal miliardario dell’acciaio Viktor Pinchuk. Possiede una solida collezione di opere di artisti ucraini e internazionali, con figure di spicco come Damien Hirst, Takashi Murakami e Olafur Eliasson, che espone in grandi mostre, con relative nuove commissioni e acquisti. A partire dal 2009 ha organizzato il Future Generation Art Prizes, con cadenza biennale, per artisti da tutto il mondo; l’opera dei finalisti è stata esposta a Kiev e alla Biennale di Venezia con un conseguente significativo impatto nel Paese e a livello internazionale.

Nel 2012 è stato finalmente ultimato, come centro per l’arte e la didattica finanziato dallo Stato, il Mystetskyi Arsenale, uno spazio di 60mila metri quadrati su due piani, frutto della riconversione di una fabbrica di armi del XVIII secolo. Fui invitato quell’anno per curare la prima Biennale internazionale di arte contemporanea di Kiev, dal titolo inconsapevolmente profetico «The Best of Times, the Worst of Times; Rebirth and Apocalypse in Contemporary Art»: 240 opere di 100 artisti, 23 dei quali ucraini. Girando per il Paese, trovai un quadro diverso rispetto a quello del 1987, la varietà e l’energia dell’arte erano inebrianti.

Lo scultore del legno Mykola Malyshko (1938), non lontano da Kiev, univa le forme del Costruttivismo con quelle della folk art e delle icone ortodosse in assemblage intriganti e armonici. Le figure e i testi enigmatici dei dipinti e dei vecchi tappeti realizzati dall’artista di Leopoli Andriy Sagaidakovsky (1957) trascendevano gli aspetti del Realismo o dell’Espressionismo con una loro personale e stringente urgenza.
Uno dei «Plates with tortures» di Nikita Kadan
A Kiev, una giovane generazione di artisti si approcciava alla società in modo più diretto: i ritratti di donna scevri da ogni retorica di Lesia Khomenko (1980) elevavano l’integrità e il coraggio nella quotidianità, mentre Nikita Kadan (1982) realizzava schizzi di tecniche di tortura per gli interrogatori visti su un manuale della polizia su piatti di ceramica, offrendo un’immagine agghiacciante, ma anche velata di umorismo nero, del persistente autoritarismo. Fu un piacere esporre quelle opere.

Dopo un breve intervallo, a seguito della Rivoluzione di Maidan e dell’improvviso abbandono del presidente pro russo Viktor Yanukovyc, la Biennale di Kiev riprese con una nuova gestione nel 2015 e continua con successo ancora oggi. Nel 2017 si è svolta a Kharkiv la prima edizione della Biennale nazionale delle giovani arti, che ha avuto il suo secondo appuntamento nel 2019.

Rispetto alla tragedia della guerra russa contro l’Ucraina, tutto il resto finisce in secondo piano, ma il 2 marzo lo staff della Biennale di Venezia ha annunciato il suo «totale sostegno al popolo e agli artisti ucraini». L’apertura della manifestazione è diventata un’occasione di coesione per mostrare non soltanto la qualità, la varietà e la genuinità dell’arte e degli artisti contemporanei ucraini, ma anche un’opportunità per raccogliere fondi. La scultura cinetica «The Fountain of Exhaustion» dell’artista di Kharkiv Pavlo Markov realizzata per il Padiglione ucraino, cattura perfettamente il momento: un flusso d’acqua scende, dividendosi in due, da una piramide di imbuti, per finire in poche gocce.

Eppure, nonostante il suo esaurimento visivo, trova nuova energia e il ciclo si ripete. Nel caso in cui l’opera non fosse arrivata in tempo alla Biennale, è stato collocato fuori dai Giardini un «Temporary Pavilion» di legno bruciato dell’architetta ucraina Dana Kozmina. Alla Scuola Grande di San Rocco, Simon de Pury ha organizzato un grande evento di beneficenza e un’asta per l’Ucraina che ha totalizzato 1,2 milioni di euro.

Alla Scuola Grande della Misericordia il PinchukArtCentre ha presentato «This is Ukraine: Defending Freedom» (fino al 7 agosto), una mostra di opere nuove e vecchie di artisti ucraini e internazionali sotto il patronato del Governo ucraino. Da un grande schermo video all’inaugrazione, il presidente Volodymyr Zelensky ha parlato eloquentemente del potere emotivo dell’arte come forza vitale necessaria per tutti noi. Dopo quasi otto anni di relativa pace in Europa, questo insieme alla libertà necessaria per farlo, sono tra le cose che dobbiamo proteggere. Ancora una volta.

David Elliott ha diretto musei a Oxford, Stoccolma, Tokyo, Istanbul e Guangzhou e importanti biennali a Sydney, Kiev, Mosca e Belgrado. È specializzato in arte d’avanguardia sovietica e russa, e arte asiatica moderna e contemporanea.

Guerra Russia-Ucraina 2022

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