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Opinioni

L’arte è come la frutta?

Se l’opera è imperitura non è assimilabile a un bene di consumo

La Galerie du Temps del Louvre-Lens

Andrea Barenghi, un brillante cattedratico di Diritto civile, mi ha inviato in estratto il suo articolo «L’attribuzione di opere d’arte. Vero o falso?», tema di grande interesse per la nostra rubrica. Di tale articolo, condotto con completezza spigliata ma scientifica, mi ha particolarmente interessato il paragrafo 9 «Consumare arte» in cui si afferma:

• che il collezionista di quadri antichi debba essere equiparato a un consumatore «che compra frutta al mercato e la mangia», in quanto «la nozione di bene di consumo non è naturalistica, ma abbraccia ogni bene mobile, nuovo o usato»
• conseguentemente «anche l’erroneità dell’attribuzione, benché si tratti di un difetto non materiale ma ideologico», rientra nella tutela del consumatore-collezionista, nell’ambito della più ampia tutela per difetti di conformità, prevista dal cosiddetto Codice del consumo introdotto nel nostro ordinamento con decreto legislativo del 6 settembre 2005 n. 206;
• vi è addirittura qualche autore che ritiene come la tutela per difetti di conformità (incluso quindi anche il tema dell’attribuzione) contemplata nel Codice del consumo assorba anche i rimedi previsti dal Codice civile, che venivano precedentemente ritenuti esclusivi in favore dell’acquirente e che sono, rispetto ai secondi, di più ampio contenuto garantistico.

Le affermazioni che precedono mi inducono a una doverosa riflessione. Precedentemente all’introduzione del Codice del consumo il tema dell’attribuzione garantita dal venditore si riteneva attinente all’identità del bene venduto, con la conseguenza che, nel caso tale attribuzione fosse risultata manifestamente errata, era data all’acquirente l’azione di risoluzione per vendita di aliud pro alio (artt. 1453 e ss. del Codice Civile).

Questa azione si diversifica dalla cosiddetta «redhibitoria» o «quanti minoris», accordata per vizi o mancanza di qualità della cosa venduta (artt. 1490, 1497), soprattutto per il diverso regime della prescrizione (un anno per la redhibitoria, dieci anni per la risoluzione, entrambi i termini decorrenti dalla conclusione del contratto). Con specifico riguardo alla vendita dei beni culturali, inoltre, il decreto legislativo 42/04 (art. 164 in relazione all’art. 64) prevede anche la nullità dell’alienazione quando essa sia accompagnata dal rifiuto di rilasciare gli attestati di autenticità e provenienza.

La riflessione che ho fatto attiene all’assimilazione dei beni culturali ai beni di consumo; con la conseguenza che i rimedi previsti dal relativo Codice del consumo in via ipoteticamente esclusiva (e quindi riduttiva) trovi o meno accoglimento. Al Louvre-Lens vi è uno straordinario salone, lungo circa 300 metri, denominato Galerie du temps nel quale viene esposta una sintesi delle arti figurative delle civiltà del Mediterraneo da quella sumerica alla Restaurazione postnapoleonica. Qui sono esposte sculture che risalgono a epoca precedente ad Hammurabi e quindi a circa 3mila anni prima della nascita di Cristo.

In 5mila anni di storia quelle opere mantengono inalterato il loro valore di testimonianza di una civiltà sepolta. Ora, una regola fondamentale dell’interpretazione giuridica è quella di ripudiare l’assurdo, sia logico che naturalistico. Se questo è vero, mi domando come sia possibile equiparare, nella tutela, «un prodotto destinato al consumatore», ossia un prodotto evidentemente consumabile, a una cosa che, seguendo Orazio (Ode 30 del Libro 3, verso I), si può definire più imperitura del bronzo («aere perennius»).

Certamente, l’arte contemporanea non ha le caratteristiche di ciò che è imperituro: una performance si consuma nell’attimo stesso in cui si realizza e per essa l’assimilazione ai beni di consumo appare più ragionevole. Ma tale assimilazione appare del tutto incongrua rispetto a quei beni culturali che hanno avuto esclusiva dignità sino al tempo della prima guerra mondiale, quando Marcel Duchamp (Mostra a Zurigo del Dada, 1917), ritenendo che l’arte tradizionale fosse morta, cercò di ravvivare il fenomeno creativo ricorrendo al cosiddetto «ready made» e quindi legittimando ogni successiva manifestazione, anche effimera, di creatività. In effetti l’art. 3 del Codice del consumo, nel definire l’oggetto della legge speciale, afferma che «tale definizione non si applica ai prodotti usati, forniti come pezzi di antiquariato», con questo sembrando legittimare l’opinione, che Barenghi dichiara pacifica, dell’assimilazione ai beni di consumo dei prodotti antiquari.

Dunque, se ci fermiamo all’opinione che riteneva insindacabili le scelte legislative anche se irrazionali, dovremmo concludere che anche il prodotto artistico, pur quando sia materializzato in cose più imperiture del bronzo, sia soggetto alla legge sui consumi. Ma oggi non è più così: l’art. 3 della Costituzione, infatti, introducendo tra i principi fondamentali della Repubblica il cosiddetto «principio di eguaglianza», non consente che cose diverse siano trattate in maniera uniforme.

Pertanto, se accettiamo, in nome del diritto vivente, le cosiddette «interpretazioni costituzionalmente orientate», dobbiamo escludere che beni intrinsecamente non consumabili siano assimilati alle cose consumabili e sottoposti allo stesso trattamento giuridico, pur se riduttivo. E quindi, conclusivamente, è mia opinione che il prodotto artistico, quando si sia materializzato in una cosa «aere perennius», secondo l’espressione oraziana, non possa ritenersi assoggettato alla normativa sui beni di consumo e quindi sottoposto alla relativa, esclusiva tutela. Pertanto, ritengo che per esso trovi tuttora applicazione la normativa civilistica (artt. 1453 e seguenti del Codice Civile) integrata dalla legge speciale (art. 164 in relazione all’art. 64 decreto legislativo 42/04).

Neppure un collega brillante come Andrea Barenghi potrà persuadermi che, dal punto di vista del trattamento giuridico, tanto vale una scultura dell’epoca di Hammurabi, tanto vale la frutta del mercato. Proclamo in proposito il vecchio «argomento a contrario»: «nego quia absurdum»!

Fabrizio Lemme, da Il Giornale dell'Arte numero , febbraio 2020


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