L'arte bottino dei nazisti | L'Italia prende e restituisce

Dal nostro Paese è molto più quanto è stato portato via di quanto sia stato restituito

Fabio Isman |

Dal nostro Paese è molto più quanto è stato portato via dai nazisti, anche a ebrei, di quanto sia stato restituito. Tra i «ritorni» più recenti c’è quello agli Uffizi, un anno fa, del «Vaso di fiori» di Jan van Huysum, celebre olandese del Settecento, sottratto nel 1944 da un caporalmaggiore della Wehrmacht per farne dono alla moglie. Il direttore del museo Eike Schmidt aveva esposto perfino un disegno e lanciato un appello per il suo ritorno: era infatti ricomparso in Germania nel 1989 poco dopo la caduta del Muro di Berlino.

Lo stesso museo in febbraio ha ceduto una terracotta di Andrea della Robbia raffigurante Maria Maddalena che vi era esposta dal 1954 per un singolare disguido. Era giunta grazie a un accordo italo-tedesco sulla restituzione dell’arte trafugata dai nazisti, ma poi si è scoperto che Hermann Goering l’aveva sottratta per la propria collezione da una galleria di Monaco di Baviera gestita da due ebrei costretti a svendere, Siegfried Drey e Ludwig Stern, ai cui eredi è stata restituita dopo oltre 80 anni.

Anche Brera è stata costretta a defiggere una propria opera. Fino al 1940 Federico Gentili di Giuseppe, ebreo, era console italiano a Parigi. Muore per cause naturali e lascia eredi i figli, costretti a fuggire per scampare ai nazisti (tre componenti della famiglia non ce la faranno e moriranno ad Auschwitz). Per ripianare i debiti un giudice del regime di Vichy autorizza la vendita di cinque importanti dipinti della collezione: tramite intermediari li acquista all’asta Goering. Dopo la guerra finiscono al Louvre, che rifiuta tre volte di restituirli fino a quando un giudice decreta che quella vendita era un «atto di spoliazione per ragioni razziali». E Tiepolo, Magnasco, Rosalba Carriera, Strozzi e Moretto tornano a casa.

Altri quadri vengono ritrovati in Australia, negli Usa e anche a Brera. Nel 2012 il Getty restituisce un Tiepolo, pur pagato sul mercato oltre due milioni di dollari. Ma il museo milanese resiste alle richieste di Lionel Salem, un nipote del diplomatico, docente a Parigi e residente a Londra. Dei 75 quadri del nonno, Lionel Salem ne ha ritrovati 21 sparsi per il mondo, qualcuno perfino appartenuto ai Crespi, già editori del «Corriere della Sera». Ha affrontato processi e lungaggini a non finire; una volta, al tribunale di Parigi, di fronte a un Tiepolo finito nel salotto del «numero due» del Reich recante lo speciale timbro che identificava sul retro le opere del gerarca nazista, il suo legale è sbottato: «Decidetevi: o lo ridate a noi, o alla figlia di Goering».

Per farla breve, a Milano c’era il «Cristo portacroce» di Girolamo Romani detto il Romanino, forse del 1538, comperato dal console nel 1914 e acquistato da Brera nel 1998 a New York presso Christie’s per 800 milioni di lire. Nel 2011 il dipinto va a una mostra al Mary Brogan Museum di Tallahassee, in Florida, ma la dogana americana lo sequestra su denuncia di Salem. Un giudice americano decreta la restituzione a Salem e un mese e mezzo dopo la famiglia lo cede all’asta per 3,65 milioni di euro (la più alta cifra raggiunta dall’autore) che viene divisa tra i sei eredi. Nonostante le rivendicazioni, di quella raccolta Brera conserva ancora una «Madonna» di Bernardino Zenale, mentre troppo è andato disperso e, talora, si sa addirittura dove.

Un’ultima storia riguarda una splendida collezione di 72 porcellane del Settecento delle manifatture di Meissen e altre, tra le più belle e preziose in Europa, proprietà di un ebreo di Stoccarda trasferitosi a Merano nel 1935. Quattro anni dopo, con la moglie Selma, Julius Kaumheimer migra a San Francisco per sfuggire alle leggi razziali (le persecuzioni lo avevano già messo in fuga dalla Germania). Alla dogana, «nascosto in un mobile tra la biancheria», gli trovano il «tesoro». Multa (pagata) e confisca. Attenzione, non per le leggi razziali dell’anno precedente, ma per la legge del 1909 sui beni culturali: non li aveva dichiarati all’espatrio. Il soprintendente di Trento Antonino Rusconi colloca le statuine nel Castello del Buonconsiglio dove restano fino al 2003 quando Lorenzo Dellai, che presiedeva la Provincia, decide di restituire tutto a Grete e Ruth, due dei quattro figli della coppia rintracciati negli Stati Uniti. Tempo dopo gli eredi hanno venduto tutto all’asta per 400mila euro.


L'ARTE BOTTINO DEI NAZISTI
1. Gli ultimi prigionieri di guerra
2. L'Italia prende e restituisce
3. Dai Klimt ai Gurlitt
4. Quanto dobbiamo ancora cercare

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Fabio Isman
Altri articoli in ARGOMENTI