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L'arte bottino dei nazisti | Dai Klimt ai Gurlitt

Tra i capolavori razziati, in un passato nemmeno troppo remoto, vi sono stati anche episodi di grande rilevanza

«Bagnanti con una tartaruga» di Henri Matisse, Missouri, Saint Louis Museum

Le stime della spoliazione nazista, soltanto in Francia, variano da 100mila a 400mila opere; finora ne sono state restituite 45.400, mentre altre 13 mila, di proprietari non identificati, sono andate all’asta. Le più importanti, 2.058, sono nei musei, con speciali contrassegni che indicano che non appartengono al patrimonio dello Stato. L’Austria si è calcolato che abbia restituito 50mila oggetti, evidentemente non tutte opere appartenute a ebrei. Tra i capolavori razziati a questi ultimi, in un passato nemmeno troppo remoto, vi sono stati anche episodi di grande rilevanza.

A cominciare dai Klimt che erano al Belvedere di Vienna. La donna eternata nel più celebre, il «Ritratto di Adele Bloch-Bauer» del 1907, aveva chiesto al marito di donarlo, alla propria morte, al museo viennese. Quando i nazisti invadono l’Austria il ricco imprenditore Ferdinand Bloch-Bauer, rimasto vedovo, si rifugia in Svizzera e i suoi beni vengono confiscati. Alla sua morte nel 1945 lascia i sui averi, tra cui il ritratto di Adele e altri quattro Klimt, ai nipoti.

Il Governo di Vienna si oppone appellandosi al fatto che per il testamento di Adele i dipinti dovevano restare in Austria. Segue una lunga querelle finché nel 2006 i giudici danno ragione alla nipote Maria Altmann residente a New York che li mette all’asta quello stesso anno tramite Christie’s. Il capolavoro approda così sulla Fifth Avenue alla Neue Galerie di Ronald Lauder, patron dell’omonima compagnia di cosmetici e presidente del Congresso mondiale ebraico che acquista i cinque dipinti per 300 milioni di dollari. Soltanto Adele ne costava 135, il prezzo più alto fino ad allora mai sborsato per un dipinto.

Lasciamo perdere tutto il resto, compresa la collezione di 4.263 opere accumulata del «numero due» del regime nazista Hermann Goering pubblicata a Berlino nel 2012. Un manoscritto ritrovato a Parigi tre anni dopo ne elenca circa 1.400.

Vi figurava di tutto, tra cui 52 Cranach il Vecchio, l’autore preferito del gerarca (due sono rimasti, dopo una lunga battaglia legale, al Norton Simon Museum di Pasadena, California), 30 Rubens e molto altro ancora. Ma buona parte dei suoi dipinti sono stati, per fortuna, recuperati.

L’altro episodio clamoroso, che non si può dimenticare, è quello dei Gurlitt, padre e figlio. Hildebrand (1895-1956) e Cornelius (1932-2014) erano grandi profittatori del regime nazista. Il primo, direttore di musei e mercante, è tra i quattro mercanti incaricati da Hitler di liquidare l’«Arte degenerata». Al Victoria & Albert Museum di Londra, un prezioso rapporto racconta, in 482 pagine, le vicende di oltre 16mila opere, anche di nomi ora insigni; quello di Gurlitt ricorre assai spesso.

Dopo una mostra itinerante «educativa» nel 1937, le cessioni. «La strada» di Ernst Ludwig Kirchner, dipinta a Dresda nel 1908 e ora al MoMA, viene pagata 160 dollari; in un’asta in Svizzera, organizzata dal regime nel 1939, Joseph Pulitzer compera per 2.400 dollari le «Bagnanti con una tartaruga» di Henri Matisse del 1908, che ora è al Museo di Saint Louis, nel Missouri; un consorzio belga rileva dieci Picasso, Chagall, Ensor eccetera.

Gurlitt padre acquista opere anche per il museo privato di Hitler. Dopo la guerra, ma per breve tempo, viene arrestato. Nasconde la sua collezione; si proclama perseguitato per la discendenza ebraica e riottiene i 115 dipinti che gli erano stati sequestrati. Riprende a commerciare e a dirigere istituzioni artistiche, finché non muore in un incidente d’auto.

Del figlio invece non si sa nulla fino al 2012, quando per caso gli trovano la collezione di circa 1.500 dipinti del valore di un milione di euro: l’avevano fermato su un treno alla frontiera con la Svizzera, dove aveva venduto un quadro, con 9mila euro; insospettisce che, durante tutta la sua vita, non abbia mai posseduto alcun documento, di nessuna natura, e non abbia mai lavorato. Gli perquisiscono la casa di Monaco ed ecco la scoperta dei 1.500 dipinti.

In una sua casa di Salisburgo vengono trovate altre opere tra cui il «Ritratto di Jean Journet» di Gustave Courbet (1850) scomparso dal 1914: si credeva perduto nel bombardamento di Dresda durante la guerra secondo quanto riferito da Hildebrand agli alleati durante l’interrogatorio. «Quai de Clichy» di Paul Signac era stato invece portato via da Parigi nel 1940. Ritrovata pure una «Donna seduta» di Matisse sottratta al collezionista Paul Rosenberg nella capitale francese.

Il progetto di ricerca dei dipinti Gurlitt, subito avviato, ha classificato circa 590 opere come «probabilmente saccheggiate»; ma i suoi risultati deludono molti e le indagini sono riprese da un altro organismo che due anni fa ha concluso i lavori: di 1.039 quadri esaminati, 315 sono frutto di confische naziste dell’arte degenerata; di 650 non si riesce a chiarire l’origine; 46 quelle derubate; soltanto 28 non depredate. Poco prima di morire Gurlitt figlio ha lasciato i dipinti al Museo di Berna; e dalla valigia che aveva nell’ultimo ospedale è saltato fuori un «Paesaggio» a pastello di Claude Monet.


L'ARTE BOTTINO DEI NAZISTI
1. Gli ultimi prigionieri di guerra
2. L'Italia prende e restituisce
3. Dai Klimt ai Gurlitt
4. Quanto dobbiamo ancora cercare

Fabio Isman, da Il Giornale dell'Arte numero 412, novembre 2020

©RIPRODUZIONE RISERVATA
  • «Strada» di Ernst Ludwig Kirchner, New York, Museum of Modern Art
  • «Ritratto di Adele Bloch-Bauer» di Gustav Klimt (particolare), New York, Neue Galerie
  • Il «Paesaggio» di Monet scoperto in ospedale nell’ultima valigia di Cornelius Gurlitt
  • «Quai de Clichy» di Paul Signac venduto per 1,3 milioni di sterline da Sotheby’s
  • «Adamo» e «Eva» di Lucas Cranach il Vecchio (particolari), Pasadena, Norton Simon Museum
  • «Ritratto di Jean Journet» (1850) di Gustave Courbet (particolare)
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