L’«arianizzazione» aleggia sul Museo Horten

Prima di aprire la sua collezione al pubblico, Heidi Horten indaga sul passato del marito, imprenditore di successo del Terzo Reich, avvalendosi della collaborazione di due storici

Heidi Horten
Flavia Foradini |  | Vienna

Il nuovo museo di Heidi Horten dovrebbe aprire nella tarda primavera (lavori ancora in corso permettendo), in un signorile palazzo nel centro storico di Vienna, sventrato in questi mesi per accogliere al meglio i 500 oggetti della sua collezione di opere del XIX e XX secolo. In questi giorni l’attenzione mediatica si è tuttavia spostata dalle congetture sulla data di apertura al rapporto (230 pagine) dei due storici tedeschi Peter Hoeres e Maximilian Kutzner sul già noto e nuovamente confermato passato nazista di Helmut Horten, marito di Heidi tra il 1966 e il 1987, anno della morte dell’imprenditore di successo.

Lo studio è stato commissionato da Heidi Horten, che fin dalla prima presentazione della sua collezione al Leopold Museum nel 2018 era stata intervistata da giornalisti e critici sulla provenienza dei capitali necessari per avere opere di Klimt, Munch, Chagall, Picasso, Bacon, Rothko, Dalí, Warhol, Lucio Fontana, Gerhard Richter e molti altri. A quelle domande (rivolte invano anche da «Il Giornale dell’Arte») la collezionista, annoverata tra le donne più ricche del mondo, non aveva dato risposta. Ma aveva poi deciso di andare a fondo di quel passato, sebbene lei, nata nel 1941, non ne facesse parte, aveva conosciuto Helmut Horten all’inizio degli anni ’60, diventando la sua segretaria.

Davvero Heidi Horten non sapeva nulla del passato del marito e da dove derivasse l’ingente patrimonio che ereditò dopo la sua morte e che investì anche in arte? Al più tardi nel 1987, precise accuse nei confronti di Helmut Horten divennero di pubblico dominio grazie a un articolo di «Der Spiegel», che lo inserì in un folto gruppo di «arianizzatori» di rilievo del mondo economico della Germania occidentale.

Trent’anni dopo, la collezionista oggi 81enne ha deciso di dare incarico per scavare ulteriormente nella vita del consorte, di cui già si sapeva essere stato iscritto al partito nazista dal 1937 al 1944 e di essere diventato proprietario di numerosi grandi magazzini arianizzati. Nel 1947 era stato arrestato e poi rilasciato nel 1948. Nel dopoguerra possedeva un piccolo impero di 51 grandi magazzini nella Repubblica Federale Tedesca, che vendette all’inizio degli anni ’70.

Nel corposo rapporto gli autori chiariscono di essersi concentrati sull’«acquisizione» da parte di Horten di grandi magazzini di proprietà ebraica e di averne appurato «l’intensa» attività, «traendo profitto dalla situazione». Hoeres e Kutzner informano inoltre che non è stato possibile stabilire l’effettiva entità del patrimonio di Horten nel 1945 e che sono necessarie ulteriori ricerche.

Balzano all’occhio nella copertina del rapporto i virgolettati «Arianizzazione» e «Terzo Reich», trattandosi di termini ampiamente assodati e che difficilmente possono essere messi in dubbio in relazione alla persona di Horten.

Il momento del rilascio del rapporto non è forse casuale: meglio far scoppiare una grana prima dell’apertura del museo, lasciando il tempo agli animi di calmarsi, cosicché (è l’auspicio) all’inaugurazione i riflettori illuminino unicamente le effettive ed eccellenti qualità della collezione che plausibilmente farà presto dimenticare al grande pubblico il «dietro le quinte», com’è già successo e come sta ancora succedendo ad altre discusse collezioni.

© Riproduzione riservata La copertina del rapporto sul passato nazista di Helmut Horten Marc Chagall, «Les amoureux», 1916. © HHC
Altri articoli di Flavia Foradini