L’Arco dove la mafia fece esplodere la bomba

Chiuso dal 1993 poi restaurato, ora il monumento di Giano (che non è di Giano) è di nuovo visitabile

L’Arco di Giano risalente al IV secolo d.C. e la vicina chiesa medievale di San Giorgio al Velabro
Tina Lepri |  | Roma

Una struttura unica, quella dell’Arco di Giano, il solo a pianta quadrangolare dell’antica Roma e con i varchi allineati ai quattro punti cardinali. Il monumento del IV secolo d.C., chiuso ai visitatori da 28 anni, da novembre è di nuovo visitabile. Era inaccessibile dal luglio 1993, quando la mafia fece esplodere un’autobomba che devastò la facciata della vicinissima chiesa medievale di San Giorgio al Velabro, danneggiando anche l’Arco di Giano.

Per molti anni è stato dimenticato, in attesa di un restauro che tardava. Solo nel 2016 sono arrivati i primi finanziamenti: 100mila euro della Soprintendenza speciale di Roma e una donazione di 215mila dollari del World Monuments Fund. Il restauro è stato poi concluso nel 2017 con il contributo della Fondazione Alda Fendi che ha consentito anche l’apertura al pubblico.

L’Arco di Giano è un edificio ancora poco conosciuto. Il delicato restauro del monumento, seminterrato fino al 1827, ha permesso a restauratori e studiosi importanti scoperte e ricerche non ancora concluse. La più clamorosa: l’Arco non era dedicato a Giano, il dio romano bifronte, come creduto per secoli. Il termine Giano deriva dal latino «ianus» ossia porta, passaggio; l'Arco era situato infatti all’ingresso del Foro Boario, il grande mercato del bestiame, all’incrocio tra il Palatino, le strade dei banchieri e cambiamonete e a pochi passi dai moli mercantili sul Tevere.

La scoperta decisiva dei restauratori è avvenuta all’interno, salendo le scale e osservando i recessi del monumento: incisa su un blocco di marmo l’iscrizione «COS», abbreviazione del primo imperatore romano cristiano, ossia Costantino. Furono i figli a dedicargli l’arco quadrifronte dopo la sua morte nel 337, usando marmi di spolio di monumenti precedenti.

Tutti materiali ora in fase di studio e che stanno rivelando la loro origine e funzione. Che l’Arco fosse dedicato a quell’imperatore è confermato dai «Cataloghi regionari» romani del IV secolo che citano un arco di Costantino proprio accanto al Velabro. Il monumento è comunque assai diverso dal celeberrimo Arco di Costantino, dedicato dal senato romano all’imperatore nel 315 per celebrare il trionfo militare ottenuto tre anni prima su Massenzio. Nel Medioevo l’Arco di Giano venne poi trasformato in fortificazione dalla famiglia Frangipane, la stessa che aveva convertito in fortezza il Colosseo. Fu più tardi abbandonato, sepolto dai detriti e depredato delle tante statue, che decoravano le nicchie a forma di conchiglia oggi ben visibili sulle pareti.

Nel Cinquecento si salvò anche dalla distruzione, pianificata da papa Sisto V, dei monumenti pagani per utilizzarne marmi e colonne nei nuovi edifici cristiani. Quelli dell’Arco erano destinati alla Basilica di San Giovanni in Laterano. Nella volta a crociera all’interno dell’Arco sono comunque ancora scolpite le quattro divinità femminili più popolari in città: la dea Roma con Giunone, Minerva e forse Cerere.

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