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Archeologia

L'Archeologico di Istanbul tutto nuovo

Riaperte le sale con i famosi sarcofagi di Sidone

Una veduta del nuovo allestimento delle sale al piano terra del Museo Archeologico di Istanbul

Istanbul (Turchia). Dopo anni di parziale chiusura, ha riaperto alle visite con un nuovo allestimento l’edificio principale dei Musei archeologici di Istanbul. È uno dei più importanti musei archeologici al mondo, formalmente istituito già nel 1869, con ricchissime collezioni provenienti dai territori dell’ex impero ottomano, che spaziano cronologicamente dagli imperi mesopotamici alle civiltà ellenistiche e romane dell’Anatolia. È entrato in funzione nel 1891, con l’attuale veste neoclassica data dall’architetto levantino Alexander Vallaury nel 1908.

In realtà, hanno riaperto solo poche sale al piano terra, in corrispondenza dell’entrata principale: sono però quelle più conosciute e prestigiose, perché ospitano i celebri sarcofagi della necropoli di Sidone le cui architetture sono state imitate nella facciata del museo. I lavori per il nuovo allestimento dell’edificio storico sono stati suddivisi in tre fasi, di cui è stata completata solo la prima; la fine della seconda è prevista per il 2020, mentre la terza è ancora da aggiudicare.

Tutte e tre le fasi fanno parte del masterplan preparato dalla Boris Micka Associates, con sede a Siviglia e con già all’attivo l’allestimento di musei e mostre in Spagna, in Turchia, nei paesi del golfo Persico. Il grande progetto prevedeva la completa riorganizzazione dell’area tra il palazzo imperiale ottomano di Topkapi, che sorge sull’acropoli della colonia greca di Byzantion, e il parco di Gulhane, che in precedenza costituiva il grande giardino interno della residenza dei sultani.

Gli spazi espositivi sarebbero stati quasi raddoppiati, includendo il complesso della zecca ottomana: così da avere più spazio per le sale sulla storia di Istanbul, per una nuova mostra permanente sulle «civiltà nella geografia dell’Impero ottomano», per un museo, un auditorium e servizi come ristorante, caffè e negozio interno. Del masterplan, al momento, sta trovando applicazione solo la parte relativa all’edificio centrale.

L’allestimento viene completamente ripensato, reso più moderno e spettacolare, di più facile lettura e con maggiori elementi di contestualizzazione; i soffitti e i fregi dipinti dell’edificio originario, coperti nel corso del tempo, sono stati recuperati e resi visibili. La seconda fase, invece, prevede lo spostamento nell’edificio neoclassico, dall’annesso più recente in cui si trovano oggi, delle sale su Troia e sul Levante, oltre alla realizzazione di un percorso cronologico sull’archeologia in Turchia.

L’équipe internazionale responsabile del nuovo allestimento, mentre era ancora impegnata negli ultimi ritocchi prima dell’inaugurazione, ha mostrato a «Il Giornale dell’Arte» le novità introdotte. Innanzitutto, un’illuminazione artistica, curata da Ada Bonadei, che valorizza le diversità dei materiali delle sculture ed evidenzia dettagli prima trascurati, anche grazie a specchi posti sul soffitto. Poi, descrizioni approfondite delle singole opere e del contesto storico da cui provengono, con un linguaggio semplice. Infine, le gigantografie di Javier Hermida che danno a questi contesti storici, un banchetto in età classica, la caccia di un satrapo persiano, gli scavi archeologici di epoca ottomana, un’evidenza pittorica.

Nel nuovo allestimento, una grande vetrina con oggetti personali e documenti ufficiali è stata dedicata a Osman Hamdi Bey: il vero artefice della nascita del museo come direttore a partire dal 1881, celebre pittore orientalista allievo di Gerome a Parigi, poi archeologo e museologo. Tutte le tappe della sua poliedrica carriera vengono descritte e rappresentate.

A Osman Hamdi Bey si deve soprattutto lo scavo nel 1887 della necropoli imperiale di Sidone, nell’attuale Libano. I sei sarcofagi scoperti vennero portati allora direttamente a Istanbul: e continuano a essere i protagonisti assoluti anche del museo rinnovato. Risalgono al V-IV secolo a.C., tra loro spicca quello detto «di Alessandro» da scene di battaglie del macedone (vi era sepolto in effetti re Abdalonymos), in candido marmo pentelico e con evidenti tracce di policromia.

Giuseppe Mancini, da Il Giornale dell'Arte numero 402, novembre 2019


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