L'archeologa sott'acqua

Barbara Davidde dirige la Soprintendenza nazionale per il Patrimonio Subacqueo

Stefano Miliani |  | Taranto

Quanti relitti e reperti dell’antichità nascondono ancora i nostri mari, fiumi e laghi? Sullo stato odierno dell’archeologia subacquea gli esperti concordano: escludendo la Sicilia che con l’autonomia fa storia a se, l’Italia è arretrata. Per colmare una lacuna il ministro del Mibct Dario Franceschini ha istituito la Soprintendenza Nazionale per il Patrimonio Culturale Subacqueo, a Taranto. La dirige Barbara Davidde: ricercatrice esperta e preparata, ha tra l’altro guidato il Nucleo per gli interventi di archeologia subacquea dell’Istituto Centrale del Restauro a Roma.

Alla domanda se l’Italia sia rimasta indietro la neosoprintendente risponde: «Sì e proprio per la mancanza di un ufficio centrale preposto al coordinamento di ricerca e tutela, compiti delle Soprintendenze le quali però avevano pochi fondi. La creazione della nuova Soprintendenza può farci recuperare il gap con gli altri Paesi, è attesa da molti anni e le aspettative sia dal mondo scientifico che ministeriale sono alte. È una grande sfida alla quale lavorerò con impegno per tutelare, conservare e promuovere il patrimonio culturale subacqueo del nostro Paese e i beni culturali di Taranto e del suo territorio​».

Ma perché una città decentrata e non, per dire, Roma? «È una scelta politica, spiega Davidde, ma Taranto ha una lunga tradizione di tutela del patrimonio archeologico, è stata sede per quasi cento anni della Soprintendenza archeologica. Immagino sia anche per dare opportunità alla città. Ci saranno inoltre due sedi operative, una a Napoli e una a Venezia e si ipotizza di crearne altre».

Per Carlo Beltrame, docente di Archeologia marittima all’Università Ca’ Foscari di Venezia, «nella ricerca rispetto al passato c’è una discreta attività, pur se siamo indietro in confronto agli altri. Abbiamo situazioni positive ma modeste per problemi di fondi, forse anche politici e perché il sistema universitario è lento nel recepire le novità». Nella tutela? «Siamo stati tra i primissimi negli anni ’60 e ’70 con Nino Lamboglia (1912-77). Poi ci siamo persi. La situazione oggi è a macchia di leopardo e abbastanza preoccupante. Servono attrezzature, archeologi specializzati che vanno sott’acqua, laboratori di restauro».

Sulla Soprintendenza apposita? «È una bella novità ma che sia a Taranto non fa ben sperare». «La situazione generale è problematica», appunta l’archeologo già Soprintendente e docente di Archeologia subacquea Luigi Fozzati. «Siamo tra i pochi Paesi senza una struttura tecnico-scientifica per la tutela, la ricerca, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio subacqueo. Si è dilapidato un patrimonio di conoscenze e manca un sostegno ai molti giovani in gamba».

Sul nuovo istituto, Fozzati teme difficoltà perché copre tutta l’Italia e l’archeologia tarantina e invoca investimenti adeguati: «Tra attrezzature, locali adeguati e altro occorrono come minimo cento milioni di euro». «Eravamo i primi con una struttura di ricerca sottomarina grazie a un grande archeologo sottovalutato, Lamboglia», ricorda Giuliano Volpe, docente all’Università di Foggia. «Dopo la sua tragica scomparsa il centro di archeologia sottomarina ebbe vita stentata, le navi furono smantellate, non c’è stata continuità».

Una Soprintendenza di settore almeno ora c’è. «Mi sembra si parta con un pedalò», replica l’archeologo. E continua: «Che si debba occupare di tutte le acque Sicilia esclusa, con i normali poteri di un dirigente di seconda fascia, non lascia immaginare un progetto strategico. Servirebbero archeologi specializzati, architetti navali, restauratori, laboratori, mezzi e navi attrezzate. Altri Paesi hanno ben altre strutture».

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