L’Arcadia romana di un Orfeo americano

Franco Fanelli |

Venezia. Se per Cy Twombly le parole avevano un potentissimo valore evocativo, come si conveniva a un artista che più di altri realizzò il sogno dell’«ut pictura poesis», e se dalle stesse parole poteva scaturire la sua pittura («Il suono di “Asia Minor”, dichiarò, equivale a un impeto per me»), quella scritta «Orpheus» che attraversa diagonalmente un suo dipinto del 1975 ha anche il valore di una firma, o di una dichiarazione d’intenti. Orfeo come epitome della figura dell’artista, capace di riunire in sé l’armonia apollinea e la sfrenata sensualità dionisiaca, ma anche di dialogare e di compenetrarsi con la natura, è il mitologico alter ego dell’artista americano (Lexington, Virginia, 1928-Roma, 2011). Se ne ha conferma di fronte alle 46 opere (quattro delle quali sculture) che compongono, 14 anni dopo il conferimento all’artista americano del Leone d’Oro della Biennale, la
...
(l'articolo integrale è disponibile nell'edizione su carta)

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Franco Fanelli